SUPERSANTOS, il cortometraggio


martedì 20 maggio 2008

APPELLO PAESTUM







ricevo e pubblico volentieri da Donna Vincenza Eleatica

Legambiente e uno sparuto gruppo di cittadini stanno lottando per fermare uno scempio in atto.

Serve l'attenzione nazionale ed internazionale!

Serve coinvolgere studiosi autorevoli! Serve fare rumore attorno a questo ennesima bruttura legalizzata!

AIUTACI a diffondere la notizia attraverso i tuoi contatti, attraverso la rete si può amplificare la notizia e magari arriva pure al Ministro che ha il potere per intervenire.


Paestum è patrimonio Unesco e quello che succede ai piedi di queste mura millenarie riguarda tutta l'umanità.

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Paestum: tangenziale intorno alle mura della città antica

ricevo e pubblico volentieri da
Donna Vincenza Eleatica


I giornali ne stanno parlando ma la denuncia all’opinione pubblica dell’ennesima aggressione ai monumenti di Paestum lascia nella sostanza indifferenti i cittadini di Capaccio-Paestum. Ed è questo il vero problema.
I lavori in corso inerenti la viabilità ed i parcheggi attorno alle mura della città antica si stanno trasformando in un vero e proprio scempio ambientale, gli archeologi nella loro torre d'avorio tacciono e gli architetti dormono.
Il prezzo di piccole e grandi pagnotte (leggasi legittime“paure ritorsive”) genera omertà e connivenza. Il futuro di Paestum se lo stanno giocando oscuri personaggi che di etica ed estetica non ne vogliono proprio sapere.
La finalità (lodevole) dell'opera doveva essere la fruizione pedonale e ciclabile della viabilità ai piedi della cinta muraria ma i lavori sono stati concepiti senza tener in alcun conto della presenza delle mura, lo stesso progetto attuativo non ne tiene mai conto.
E' successo pertanto che ogni sensibilità estetica, archeologica e ambientale è venuta meno, le quote e le dimensioni della strada esistente sono state stravolte e ci ritroviamo ora una tangenziale con paracarri in ferro e legno che affossa e deturpa vistosamente la sobria cinta muraria.
Con chi dobbiamo complimentarci per tutto ciò?
Come residenti e cittadini ci chiediamo:

Come fermare lo scempio in atto?
(bisogna venirlo a vedere per crederci.......)

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lunedì 19 maggio 2008

ECOMETROCUBO, il piombo di quei giorni.

di Antonella Palmieri, ADA, Associazione Donne Architetto - Napoli

Non erano i tempi “……delle more e dei giochi” né quelli dell’”Acqua Chiara”, non c’entravano niente né Rostand né Raffaele La Capria: erano i giorni dell’immondizia. Quella fisica, dei cumuli che arrivano alla gola. In quei giorni ho incontrato Mina .
Abbiamo percorso insieme una lunga strada sotto una pioggia costante. Avevamo partecipato ad una riunione in un luogo, tuttora esistente al centro della città, che sembra un pezzo di Sarajevo. Il giorno dopo la fine della guerra.
Ci eravamo dette alcune cose: lei mi aveva detto che………… stava lavorando ma non mi disse esattamente a che. Avevo la sensazione che avesse trovato, in quello che stava facendo, un senso forte ma aveva bisogno di definirlo, di articolarlo. E perciò ne parlava.
Parecchio tempo dopo mi arrivò un invito: presentava il suo lavoro, c’era una immagine, un nome. C’era allegria.
Della creazione artistica non credo si possa rivelare lo sforzo se non nel momento in cui lo sforzo è in atto e la costruzione è compiuta. lei l’aveva compiuta. Era libera.
E ora che la costruzione sta per compiersi nuovamente e l’eco-metro cubo prende vita io so di cosa è fatto: è fatto di legno, di resti di altre lavorazioni, altri oggetti, altre esistenze, altra natura, altri racconti e di semi di papavero e di piombo colato. E di molto altro.
Il piombo di riciclo era il piombo di quei giorni, era la sua, la nostra impotenza totale, la paralisi, era ed è il piombo di Saturno.
I semi blu da cui, e sembra una magia, nascono i fiori carmini del papavero: la consolazione, la speranza , ma anche eros nell’insegnamento platonico: il più potente dei vincoli tra gli individui che si trasforma in legame culturale, in eros civile,in “speranza responsabile”e da lì in civilità.
E’ così che nasce e si costruisce questa architettura, “sostanza di cose sperate” e come prende forma il nome delle cosa: il metrocubo; un termine molto usato, una unità di misura ricorrente : mille metri cubi; 100mila metri cubi…………. ma 1 metro cubo si studia solo a scuola.
E allora eccolo il nome della cosa: finalmente , in tutta la sua prestanza ………… un Metro cubo. E che però è fatto di carne e di sangue e vive e viene collocato, per avventura qua.
Un luogo di trasformazione, di mutamento di senso appena avvenuto, di cicatrice fresca. E cerca il dialogo, cerca l’armonia, la sostenibilità dell’essere.
Ha scelto per il suo sforzo le parole sul tempo di Paul Valéry, da L’anima e la danza.
Affida a Valéry anche il significato delle lente progressioni, come lenta è la progressione che porta alla costruzione dell’opera; lunghe progressioni in circonvoluzioni avvolgenti, in avvicinamenti circospetti di artisti, rigorosi costruttori di improbabilità.
Ma anche costruttori del nesso, o di nessi plurimi possibili tra parola/oggetto e sensazioni tra l’idea e il suo trasformarsi in opera. “Socrate: certo l’oggetto unico e perpetuo dell’anima è appunto ciò che non esiste, ciò che fu e che non è più ciò che sarà e non è ancora ciò che è possibile – ciò che è impossibile, ecco ciò che interessa l’anima, ma mai mai ciò che è”.
Che l’opera abbia quindi solo la propria memoria fattuale in opposizione alla memoria storica. Perché il passato ha valore solo come elemento dell’avvenire, le reliquie della vita vissuta sono del tutto prive di interesse se non che per la capacità delle cose di “secernere il domani.”

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venerdì 16 maggio 2008

ECOMETROCUBO r4

"Socrate: Certo, l'oggetto unico e perpetuo dell'anima è appunto ciò che non esiste: ciò che fu, e che non è più - ciò che sarà e non è ancora - ciò che è possibile, ciò che è impossibile - ecco ciò che interessa l'anima, ma mai, mai ciò che è!"

(P. Valery, L'anima e la danza)


 

sabato 17 maggio 2008, dalle ore 11.00

CITTÀ DELLA SCIENZA

nell'ambito della mostra-laboratorio


4R
/ Per saperne di più

ECOMETROCUBO

anima/azione di mina di nardo


 

programma:

ore 11.00

PRESENTAZIONE DELL'OPERA

Intervento di Antonella Palmieri

ADA - Associazione Donne Architetto, Napoli

Spazio Einstein [sala interna]


 

ore 11,15

PERFORMANCE DI MONTAGGIO DELL'OPERA INSIEME CON IL PUBBLICO

Piazza della Scienza [piazzale ciminiera antistante il museo]


 

ESPOSIZIONE DELL'OPERA

L'opera resterà a Città della Scienza da sabato 17 maggio a sabato 31 maggio


 


 

<<L'ecometrocubo è la metafora delle parole che Valery attribuisce a Socrate.

Nella realtà esso esiste, ma la sua esistenza è in continuo conflitto con gli infiniti oggetti che lo compongono. E' un oggetto di oggetti, che cercano di ritrovare una loro forma, che un tempo avevano :" ciò che fu e che non è più".

Un tempo, gli infiniti pezzi di legno, dalle forme più disparate, che conformano l'oggetto, erano oggetti unici con una loro forma ben definita : erano alberi. Ridotti in infiniti pezzi, questi cercano una forma, al limite la forma perduta.

In Holzwege, l'ultimo scritto di Heidegger, si ritrova un qualcosa di simile. La parola tedesca è formata con due parole, che significano : albero e sentiero.

Il sentiero, una volta, era alberi che, abbattuti, hanno permesso la nascita del sentiero. Ma questo, ad un certo punto, termina e si ritrovano gli alberi. Ma quelli abbattuti per costituire il sentiero, non ci sono più. Sono chissà dove, ridotti in pezzi, come le infinite parti dell'ecometrocubo. Queste non potranno mai più ridiventare alberi e perciò, si avvicinano, si accostano, si parlano, si compattano mettendo in forma un progetto di "possibile", non essendo loro più permesso l'"impossibile", essere quello che erano.

Il progetto possibile, allora,è qualcosa che è, se si guardano i singoli pezzi; ma è anche qualcosa che ci ricorda ciò che i tanti pezzi non sono più : alberi.

L'oggetto "è", ma non definitivamente, perché i pezzi si modificheranno da soli al sole; mostreranno alla luce la loro essenza interna, la loro resina ; si distorceranno ; si arcueranno; continueranno a vivere in forme che lentamente mutano, ma di nuovo "saranno". Saranno un qualcosa che "mai, mai,mai" sarà definitivamente, ma che muterà con continuità, come muta la natura, della quale un tempo erano parte chiara e definita.

L'ecometrocubo sarà un nuovo elemento di natura, ancora mai visto, ma comunque Natura.>>

Antonio Rossetti

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mercoledì 14 maggio 2008

Giro di Lune tra Terra e Mare

DOPO 10 ANNI LA PRIMA PROIEZIONE A POZZUOLI


Il film di Gaudino fa vibrare tutte le tre corde che, per dirla con Ungaretti, un'opera d'arte dovrebbe toccare. La potenza evocativa di un passato "pesante" ma logoro, rantolante, disperso, quale quello dei Campi Flegrei e di Pozzuoli in particolare, viene resa con una cifra stilistica che rifugge da ogni tentazione didascalica o melanconica, archeologica o pseudo mitologica, anzi. La specificità del linguaggio filmico nella "forma" utilizzata dal regista realizza una riduzione della sequenza scenica a frammenti di fotogrammi che richiamano schizzi o cartoni preparatori per un grande affresco di una storia mai narrata. Si, perché mai narrata con tale incisività la vicenda dello sgombero del rione Terra che ha dato il colpo di grazia all'identità della comunità puteolana. Ma su questo tema torneremo in seguito.

La pellicola emoziona e questo è il suo principale pregio. Ci riconosciamo nelle vicende della famiglia Gioia e condividiamo l'attaccamento alle radici, alla volontà di non strappare il cordone ombelicale con la terra, con quel genius loci che alimenta e permette la vita virtuosa e l'evoluzione legittima della comunità. La narrazione si muove in un continuum spazio temporale sorprendente, rendendo le figure storiche o mitologiche quasi parte della famiglia e inevitabilmente restie all'oblio, mai rassegnate a seguire un destino segnato da ordinanze e dazebau scritti in burocratese contemporaneo, lingua che, a dispetto di altre ben più ricche e poetiche, tarda a morire.

E poi il film comunica. E dicono molto anche le vicende legate alla sua distribuzione. Solo adesso, dopo 10 anni dico 10 anni dalla presentazione a Venezia nel '97 e premi e consensi raccolti in tutto il mondo, Giuseppe Gaudino riesce a presentare il suo film nella sua città. Fatto assolutamente sconcertante ma che ricalca l'oblio indotto e il depauperamento culturale nel quale siamo ridotti a vivere. L'abbandono e la sistematica sperequazione del territorio ha prodotto i "carri armati", il "lotto delle mutande" un sistema abitativo e territoriale legato esclusivamente a scelte urbanistiche opportunistiche e funzionali ad un decisionismo politico scellerato che ha troncato la vita della comunità e drasticamente compromesso l'enorme patrimonio storico, culturale, ambientale dei Campi Flegrei. Che fine ha fatto la bellezza?

Ma, attenzione, Gaudino con enorme sforzo creativo ricuce i pezzi di una memoria che affiora a tratti, che riesce a farsi sentire ancora e ci urla a bassa voce che è possibile, doveroso, evitare che la storia si ripeta. Abbiamo perso il rione Terra e i pescatori, ci hanno tolto le fabbriche e gli operai, per 3000 vani fatiscenti di via Napoli si è costruito un mega quartiere di 33000 vani a Monteruscello, via Napoli non si è messa in sicurezza ma si è triplicato il numeri dei vani occupati da nuovi immigrati che hanno speso 4000, 5000 euro al metro quadro per restare prigionieri di automobili e lamiere senza poter uscire o tornare a casa da maggio ad ottobre e tutti i weekend dell'anno. il mare poi…

È in itinere il progetto curiosamente denominato "Compendio Rione Terra - Porto", redatto dalle S.p.A. Itainvest e Fimoper, che in un'accorata e lucida denuncia, Raffaele Giamminelli definisce "intervento nefasto per i Campi Flegrei, simile a quello tentato nel 1918 dal faccendiere Carlo Enrietti che, mediante una poco pulita convenzione con lo Stato, distruggeva tutto il golfo di Pozzuoli e la mitica costa con imponenti opere portuali. Per fortuna, grazie ad un gruppo di autorevoli "pozzolani", tra i quali lo storico Raimondo Annecchino e il senatore a vita Vincenzo Cosenza, la speculazione fu sventata." Difficile saperne di più, difficile anche sentirne parlare. Si sa poco anche della ventilata riconversione dei suoli rivieraschi della Sofer. È plausibile temere che quello che proporrà la Waterfront Flegreo S.p.A. diventi legge silenziosa e condivisa da lobby e politici di entrambi gli schieramenti, a discapito di quella democrazia partecipata a cui dovrebbero aspirare i nostri amministratori, memori distratti di un'antica rocca pre-romana denominata Dicearchia.

Ricordiamoci che gli imprenditori di oggi non sanno manco chi fosse Adriano Olivetti e che intellettuali, studiosi e dirigenti pubblici poco fanno e niente incidono. Una speranza è stata accesa dalla direzione del Parco dei Campi Flegrei che si è decisamente schierata contro il tentativo di riaprire la ferita mai rimarginata dei Pisani. Cosa può dire il Parco sulle sorti del rione Terra, del molo Caligoliano, delle aree costiere ex industriali? Cosa può fare il Parco per riannodare l'identità di una comunità espropriata?

Il film di Gaudino e di Isabella Sandri, produttrice e co-sceneggiatrice, dovrebbe essere proiettato 24 ore al giorno tutti i giorni in una sala pubblica puteolana. Le loro immagini devono ispirare a tutti noi figure di una giovinezza spirituale ritrovata, di speranza e scossa sismica che ci sbatta fuori dall'ignàvia. Non chiudiamo l'ultima finestra sulla Darsena.


Luciano Marini

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