SUPERSANTOS, il cortometraggio


martedì 13 maggio 2008

LA VERA STORIA DI VERA JARACH





VITA ESEMPLARE DI UN'EDUCATRICE ALLA NON VIOLENZA






- Mi chiamo Vera Jarach e il mio nome lo dice, sono di origine ebrea . Mio nonno era ebreo. Abitavamo in Italia, a Venezia, fino all'avvento della seconda guerra mondiale, poi…



Quando nel 1939 Mussolini emanò le leggi razziali che escludevano gli ebrei da tutti gli ambiti professionali, culturali e sociali dello Stato Italiano, mio padre decise che quello era il momento di andar via, di lasciare questo paese che non ci riconosceva. Mio nonno che era molto più ottimista di mio padre disse che non c'era nulla da preoccuparsi e decise che lui invece in Italia ci sarebbe rimasto. Non volle lasciare questa terra a cui sentiva di appartenere, nonostante la sua diversità etnica e culturale. Ci imbarcammo su una nave a Genova, direzione Argentina, nuova terra, nuovi orizzonti, nuove speranze. Mentre la nave salpava carica di emigranti, mio padre preoccupato salutava il suo amato padre con il cuore gonfio di sofferenza e di preoccupazione. Chissà quando l'avrebbe rivisto!



Parla con voce bassa e un po' rauca Vera Jarach , si scusa con tutti, studenti e docenti: "Sono giorni che parlo, è normale che la voce mi abbandoni, ma quello che ho da raccontarvi è importante perché ciò che è accaduto una volta potrebbe accadere ancora" – Poi, sfodera un sorriso angelico, dolce e avvolgente e dimentichi che è un'anziana signora di ottant'anni, la vedi nella sua essenza interiore una 'bambina' che nonostante tutto ha ancora voglia di vivere, credere e sperare nei valori veri della vita. – Mio nonno non lo rivedemmo mai più. – Nel 1943 fu deportato nel campo di concentramento di Austwitzch dove morì come tanti altri ebrei, lasciandoci nel cuore l'ulteriore vuoto di non riavere la sua salma a cui dare degna sepoltura. Non so se avete chiaro a cosa serva il rituale della sepoltura. Esiste da millenni, si perde nella memoria dell'umanità e serve a ridare alla famiglia della salma la capacità di elaborare il lutto, di ricomporre nella propria anima , tassello per tassello la propria memoria interiore, una cosa importantissima per l'identità di una persona ma…noi non riavemmo mai il corpo di mio nonno". - In Argentina ricostruimmo la nostra vita familiare e sociale e la vita sembrava scorrere tranquilla nonostante tutto. Fu nel 1976 che la situazione precipitò quando i Generali dei corpi armati dello Stato Videla, Massera e Agosti (tutti italiani) definirono la loro dittatura militare che durò dal 1976 al 1983, ' Processo di Riorganizzazione Nazionale'. Bisognava riorganizzare tutto l'ordinamento sociale, politico e culturale dello Stato per legittimare nuove regole e un nuovo ordine, che poi è vecchio quando il mondo, quello della sopraffazione dell'uomo sull'uomo, eliminando tutti coloro che credevano nella libertà e nella dignità umana. Libertà e dignità possono sembrare solo due parole, tra l'altro colme di equivoci in questa società dei consumi, ma se ci pensate la loro essenza indica il rispetto per se stessi e per l'altro. Un rispetto che passa attraverso tutto, la comunicazione, le relazioni, i gruppi sociali spontanei, le Istituzioni cioè la famiglia, la scuola, la società, l'economia e infine lo Stato. Dal 24 marzo 1976 l'Argentina decise di eliminare tutti coloro che avrebbero ostacolato anche solo con la loro presenza questo piano. Fu chiamato il Piano Condor. "…prima elimineremo i militanti, poi elimineremo i collaboratori, poi i simpatizzanti ed infine i timidi…" questi furono gli ordini dei tre generali. Il tutto però sotto silenzio. Il resto del mondo non avrebbe dovuto sapere, non ci sarebbe dovuta essere tanta pubblicità come era accaduto in Cile nel 1973. Tali erano gli orientamenti della comunità internazionale. I militanti erano tutti coloro che promuovevano i diritti umani e sociali, fossero di sinistra o cattolici aveva poca importanza – ciò che era importante era che essi esprimevano la loro opinione o il proprio sostegno a favore della dignità umana che prima ancora di essere un concetto etico-morale è un concetto religioso. "L'uomo possiede una dignità per il solo fatto di essere una creazione di Dio" – almeno questo è ciò che dice la Bibbia e i Vangeli e anche i testi sacri delle altre religioni. Fu così che silenziosamente sparirono 30.000 persone, un'intera generazione, quella degli anni '50 tra studenti, insegnanti, psicologi e psicoterapeuti, avvocati, assistenti sociali e operai impegnati nel sindacato. E' questo è ciò che oggi viene chiamato fenomeno dei desaparecidos. Sparivano, improvvisamente le persone sparivano, e non rientravano più alle loro case. Anche mia figlia sparì un giorno. Mia figlia aveva 18 anni, era una bellissima ragazza che sorrideva sempre perché amava la vita, militava nel movimento studentesco per una scuola più giusta , come tanti allora, e voleva diventare un'insegnante perché aveva capito che è dall'educazione che si forma la civiltà. Mia figlia sparì e incominciò il mio incubo. Cominciai a cercarla dappertutto, rivolgendomi a chiunque, amici, parenti, poi funzionari degli uffici, fino ad arrivare alle cariche più alte dello Stato, ma le risposte erano vaghe, mi rispondevano "…cosa vuole signora sarà andata via con il fidanzatino per qualche tempo…" e tante altre cose banali e superficiali che mi facevano percepire il muro, il muro del silenzio. Un silenzio che si ripiegava in se stesso ed entrava nella mia anima aprendo un abisso profondo, un abisso da cui percepivo che mia figlia non esisteva più, e da cui avrebbe voluto uscire un urlo, l'urlo del dolore e della disperazione di non ritrovare più mia figlia, viva o morta, di non riavere la sua salma per darvi degna sepoltura. Un urlo che però non riuscì ad uscire mai dalla mia bocca tanto enorme era l'abisso della mia anima che il respiro vi rimaneva intrappolato, strozzato in tutto quello sgomento. Tre anni dopo, quando tra la gente cominciò a divulgarsi una minima conoscenza di quei crimini e misfatti, l'allora nunzio apostolico del Papa Mon. Pio Laghi ad una convocazione di noi Madres de plaza de Mayo ci disse: ' Certo, signore se le loro figlie sono via da tre anni, saranno state torturate molto e certamente non verranno rilasciate più".



Sorride ancora Vera Jarach mentre racconta il suo dolore e non si capisce da dove giunga quel suo sorriso angelico, nonostante l'orrore, racconta dei metodi di tortura, dell'addestramento dei carnefici cominciato qualche anno prima, delle esecuzioni dei voli della morte e di altro ancora…'



- Mi chiamo Vera Jarach, sono una delle Madri fundadore delle Madres di Plaza del Mayo, il movimento di protesta contro la dittatura Argentina. Il 24 Maggio festeggiamo la ricorrenza del nostro primo giorno di protesta, il giorno in cui noi Madres cominciammo a girare in fila indiana lungo il perimetro della piazza con le foto dei nostri figli al collo, perché solo questo ci era consentito fare. In silenzio, come tutto era stato consumato nel silenzio. Raccontiamo la nostra storia per non dimenticare, per lasciarvi una memoria storica, tra di noi ci furono molti italiani, e soprattutto per dirvi che: "…a nessuno di noi venne mai in mente di imbracciare un' arma e cominciare un'altra guerra contro la 'guerra sporca'…perché la guerra non si può combattere con altra guerra…se ci si vuole porre fine." Questo solo voglio dirvi: "…ciò che è accaduto una volta potrebbe accadere ancora…è per questo che dobbiamo restare vigili tutti e lavorare quotidianamente per abbattere il muro dell'indifferenza, il primo mattone della nostra anima che ci impedisce di costruire una società più giusta e soprattutto più sana…"






NOTA



Ho conosciuto Vera Jarach e la sua amica Angela Boitano alla Biblioteca civica di Pozzuoli per la presentazione del Laboratorio di Storia diffuso – Ismli – Landis e Aicew su Percorsi di Storia e memoria tra Italia e Argentina.



Non credo che le dimenticherò tanto facilmente, se è vero che il nostro percorso di vita quando è profondo è costellato di presenze significative, Vera e Angela resteranno sempre nel mio cuore, anche se non dovessi incontrarle mai più.



Assunta Patrizia Esposito













Read More...

Lettera agli Insegnanti italiani

di James Hillman


 

I

I miei pensieri oggi si reggono su una distinzione fondamentale che specificherò in questa frase iniziale: l'insegnare e l'imparare non devono essere confusi con l'educazione e possono persino essere impediti dall'educazione. Inoltre, se questa distinzione è fondamentale, allora sarà precedente ai progetti per la riforma dell'educazione, alla certificazione degli insegnanti, alle missioni e e agli scopi dei programmi educativi, ai contenuti dei curricula, e ad altri dibattiti che impegnano cittadini ed esperti.

La distinzione può essere posta in termini semplici e pratici. Qualcosa quasi naturalmente vuole imparare, specialmente nell'infanzia. Come usare una sega, cucinare un uovo strapazzato, ricordare i versi di una canzone? Dove va il sole quando scende "giù"? e dove sono i pettirossi d'inverno, e perché le anatre non annegano come i polli.? Qualcosa dentro di noi vuole sapere dove, come, quando, che cosa. Porre domande è innato alla psiche umana. Un bambino fa domande agli insegnanti, ai genitori, agli amici, persino ai libri, per soddisfare la sete di apprendere, anche fino al punto di un comportamento ossessivo, ritualistico, dove "perché ?" si ammucchia su "perché?" su "perché ?".

Possiamo imparare ponendo delle domande, ma impariamo ancora di più osservando, ascoltando, imitando, sperimentando e assorbendo sensualmente il mondo che ci circonda. Il bambino, come facciamo noi stessi, tiene un occhio all'esterno e un cuore aperto per il dove e il che cosa e specialmente il chi può soddisfare questo desiderio d'imparare.

In corrispondenza con questo desiderio d'imparare c'è un impulso a insegnare, egualmente innato. Qualcosa, di nuovo piuttosto naturalmente, vuole rispondere a una domanda, dimostrare, spiegare, correggere. " Su dammi quello; lascia che ti mostri come si fa." "Non tenere la sega così stretta. Lascia che siano i denti a fare il lavoro." " La pioggia? Ebbene, noi facciamo la pioggia nella nostra stanza da bagno: guarda come il vapore del bagno fa delle piccole goccioline sulla superficie fredda dello specchio."

La relazione fra l'imparare e l'insegnare è animale, naturale, data, dotata di ubiquità; non è tanto il prodotto della civilizzazione e della cultura quanto la loro base. La cultura chiama questa relazione tradizione; la civilizzazione, educazione. Comunque diamo forma a questa relazione, l'insegnante e l'allievo, la guida e l'apprendista, l'esperienza e l'innocenza, il sapere e l'ignoranza, il pieno e il vuoto sono costituenti costanti della vita interiore dell'anima. In quanto tali, appartengono non solo ai primi anni o alle prime fasi dell'indagine. La ricerca di un insegnante, di un insegnamento e il desiderio d'insegnare continuano in modo importante nella tarda vita . Uno dei momenti più miserevoli della tarda vita è quello in cui l'impulso ad insegnare viene frustrato: nessuno vuole ciò che si può insegnare.

Fra questi due impulsi e la loro affinità l'uno per l'altro viene l'Educazione. Immaginate l'Insegnare e l'Imparare come un fratello e una sorella, un poco perduti nel bosco, come Hansel e Gretel nella fiaba, catturati dalla strega, l'Educazione, e sempre sul punto di essere divorati dall'insaziabile appetito di quella strega. L'intervento dell'Educazione sembra piuttosto ragionevole: mira a facilitare la serendipità (1) della relazione rimuovendo la casualità e controllando il contingente. Soprattutto l'educazione esteriorizza e sistematizza la relazione nella "scuola" (istituzioni educative). Tenta di mettere in contatto i giusti (qualificati) insegnanti con i giusti (selezionati) allievi. Così l'insegnare e l'imparare divengono personificati in classi di persone: quelli che possono e quelli che non possono; quelli che sanno e quelli che non sanno. La vocazione innata diventa una professione accreditata. Il potere inevitabilmente fa seguito alla divisione in classi, che minaccia l'insegnare e l'imparare con la paura dell'"altro". Gli insegnanti temono i loro studenti; gli studenti i loro insegnanti, minacciando l'educazione stessa e conducendola a definire il suo ruolo non tanto come uno strumento di agevolazione, ma come un'autorità impositiva. In questo modo l'educazione separa l'insegnare e l'imparare. Pure la storia dell'autodidatta mostra che i due elementi potenziali nella natura umana sono funzioni complementari. Quanto ciascuno di noi ha imparato e ancora impara insegnando a se stesso da solo!

L'educazione richiede un intero esercito di amministratori, esperti, specialisti; divisioni in classi, unità, soggetti, discipline, dipartimenti; conseguimento di traguardi, gradi, prove, valutazioni; e naturalmente bilanci preventivi, supervisione, responsabilità misurabile. Pure l'educazione si suddivide in due specie: primaria e superiore, tecnica e classica, scienze ed arti; riparatrice ed avanzata. Il misterioso lavoro emotivo di insegnare e imparare viene cooptato nelle forme esteriori che mirano a farlo avvenire. In verità, l'insegnare e l'imparare scompaiono in vicoli laterali e in occasioni segrete. Dei lunghi anni trascorsi nella scuola quanti pochi episodi di illuminazione conservati nella memoria, quanti pochi momenti di insegnamento che hanno acceso un fuoco! Anche per gli insegnanti solo una manciata di studenti da tante classi realmente "connesse" restano ben presenti nella memoria.

Potrebbe sembrare che la distinzione che sto tracciando segua un vecchio spartiacque fra ciò che William James - che fu lui stesso molto interessato all'insegnamento (Conversazioni con gli insegnanti, 1899) - chiama le menti "dure" e quelle "tenere". Questa divisione domina la teoria pedagogica come l'opposizione tra disciplina e libertà, tra il classico e il romantico, fra le nozioni del bambino come selvaggio e il vuoto bisognoso del battesimo e la disciplina o il bisogno innato assennato e creativo di opportunità ed espressione. Potrebbe sembrare che la mia enfasi sul desiderio istintivo di imparare e insegnare segua un lato di questo spartiacque, cioè il Romanticismo di Rousseau, Pestalozzi, Frobel, Montessori e Alice Miller, i quali tutti sottolineano l'elemento idiosincratico piuttosto che quello nomotetico, privilegiando l'individuale sulle necessità collettive della società.

Ma questa non è la mia intenzione. Io sfuggirei da questo spartiacque del tutto, perché la coppia insegnare-imparare, nonostante preceda l'educazione non può subire un'interpretazione letterale in un programma d'educazione. Io cerco di fuggire dalle ideologie che annunciano, o denunciano, programmi in ciascuna direzione: da una parte, modelli più duri di contatto intensificato fra insegnanti e studenti, o, dall'altra, una tenera educazione in classi collaborative e l'istruzione scolastica a casa. Se io optassi per un progetto diventerei un educatore, mentre sono solo uno psicologo. Cerco di descrivere ciò che giace nell'anima dell'educazione piuttosto che prescriverne la forma. Voglio solo che l'affinità innata fra l'insegnare e l'imparare, e l'idea di ciò come di un fatto primordiale, restino vive nell'anima.

L'educazione oggi assorbe il cinque per cento del prodotto mondiale nazionale lordo; l'educazione è la più grande industria del mondo. Enormi difficoltà stanno schiacciando le scuole nel mondo - l'enumerazione delle quali sta quasi schiacciando anche questa conferenza. Sebbene queste difficoltà appaiano nella psiche turbata di insegnanti e allievi, esse non sono radicate nell'insegnare e nell'imparare. Infatti l'immediatezza di quel rapporto è un porto sicuro, una salvezza dai problemi dell'educazione. Per la gioventù ci sono pochi rifugi, poche fughe dai problemi dell'educazione contro i quali c'è tanta ribellione, sia diretta - come il rifiuto della scuola, la violenza e i desaparecidos o scomparsi - sia indiretta, nei sintomi psicologici che ostacolano l'imparare, ad esempio "i disturbi dell'imparare". Gli insegnanti, presi fra le richieste dell'educazione da una parte e la ribellione degli studenti dall'altra, sono in una posizione simile a quella di un medico verso il paziente, di un avvocato verso il cliente, di un giornalista verso la fonte, del prete verso il peccatore.

Sono obbligati dalla loro fedeltà alla loro coppia a stare con i loro studenti i cui sintomi rappresentano una resistenza a quel disordine generale dell'imparare chiamato "educazione".

Immaginate! La psiche si ribella contro il vero imparare che una società guidata dall'economia insiste nel ritenere di primaria importanza. Devi ricevere un'educazione, avere un'educazione, perché allora sarai più vendibile, servendo l'economia e alzando il Pil. Ecco perché gli insegnanti sono risorse nazionali, fornire le loro prestazioni soddisfa le quote di produzione stabilite per loro! L'educazione come merce, come un investimento di capitale che serve alla competizione del libero mercato. E' questo ciò a cui i sintomi dicono "no" ? E' questo ciò che il rifiuto della scuola in definitiva significa?

Qualcosa si sta ammalando nel cuore dell'educazione; è malata nel cuore, e questo cuore non può essere ristabilito con semplici esercizi di base o con una nuova dieta dell'anima, né questo cuore può essere sostituito da una macchina ad alta tecnologia.


 

II

Possiamo osservare il cuore dell'insegnare in azione in tre esempi tratti dalle biografie di scrittori distinti. James Baldwin il romanziere e saggista americano, ricorda: " un edificio scolastico… terribile, antico; scuro, cupo e a volte pauroso. In una classe di cinquanta bambini, per lo più neri, un'insegnante Orilla Miller - una giovane insegnante di scuola bianca, una donna bellissima… che amavo… in modo assoluto, dell'amore di un bambino", riconobbe una qualità in questo bambino nero di dieci anni. "La giovane donna del Midwest era sorpresa dalla vivezza d'ingegno di questo bambino dei bassifondi". Scoprirono un interesse comune in Dickens; lo leggevano entrambi ed erano ansiosi di scambiare opinioni. Anni più tardi, dopo essere diventato famoso, Baldwin scrisse alla sua vecchia insegnante, chiedendo una fotografia. "Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni".

Un altro resoconto; questo di Elias Kazan, lo straordinario regista cinematografico: "Quando avevo dodici anni ebbi un colpo di fortuna, l'incontro con la mia insegnante dell'ottavo grado, Miss Shank influenzò il corso della mia vita… Mi prese in simpatia… fu lei a dirmi che avevo dei begli occhi marroni. Venticinque anni più tardi, mi scrisse una lettera. 'Quando avevi solo dodici anni' scrisse 'la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua testa e la tua fisionomia e illuminava l'espressione del tuo volto. Pensai alle grandi possibilità che erano nel tuo sviluppo e …'. Miss Shank si avviò sollecitamente a sottrarmi alla tradizione della nostra gente riguardo al figlio maggiore e a indirizzarmi verso… le discipline classiche".

Un terzo esmpio è quello di Truman Capote, un tipico "bambino difficile", che faceva tutto quello che poteva per disturbare la classe e provocare i suoi insegnanti. Ma incontrò la simpatia della sua insegnante di scuola media, Miss Wood. Condividevano un interesse per Ibsen. Miss Wood invitò spesso il giovane Capote a cena, lo favoriva in classe e incoraggiava i suoi colleghi a fare altrettanto.

"Mi prese in simpatia" ha detto Kazan; " Ho tenuto il tuo volto nella mia mente per molti anni", ha detto Baldwin; Miss Wood invitava Capote a casa per mangiare insieme e gli forniva ciò che desiderava in classe. Miss Shank "mi disse che avevo dei begli occhi marroni", ha detto Kazan. Queste schizzi ci dicono che c'è un modo di valutare indipendente dagli esami. L'insegnare vede con l'occhio del cuore. Noi non crediamo più in questa specie di visione: "…la luce cadeva dalla finestra attraverso la tua fisionomia e illuminava l'espressione del tuo volto". Ma al giorno d'oggi, forse specialmente negli Stati Uniti, vediamo solo con l'occhio dei genitali. L'attrazione che ha appassionato questi allievi e questi maestri oggi sarebbe seduzione, manipolazione, persino abuso. Agli insegnanti è consentito di essere chiamati dalla bellezza; l'educazione permette che l'eros si risvegli?

Ma se dovesse risvegliarsi, allora l'eros non corromperebbe l'obiettività e l'eguaglianza?

Può darsi che proprio qui risieda la ragione più profonda dei computers all'interno dell'aula: essi sono completamente imparziali. Non c'è eros nel programma.

Niente eros neppure nell'accademia - una mancanza comune in istituzioni di istruzione superiore. I professori non ascoltano le lezioni degli altri, leggono i saggi degli altri. Borsisti e ricercatori non amano l'amministrazione; gli amministratori non amano i professori. Il personale è "di una classe più bassa", persino al di sotto degli studenti. Gli studenti mettono in contatto i loro cuori affamati con la loro sete di conoscenza che sarà mandata via dalle vane preoccupazioni della facoltà, loro stesse in cerca di amore. La trappola sessuale diviene l'unico accesso all'eros nell'università.

Gli esempi di Baldwin, Capote e Kazan rivelano qualcosa di particolare riguardo all'eros dell'insegnare. Ciò che fece riunire le coppie, la reciproca attrazione, fu una visione comune. L'amore fiorì perché condividevano una fantasia. Per Baldwin e Miss Miller, Dickens; per Capote e Miss Wood, Ibsen e Undset; per Kazan, la visione di un futuro umanista. Essi percepirono la bellezza l'uno nell'altra e permisero la vicinanza. (Capote veniva a casa per cena; Miss Shank studiava il volto e gli occhi di Kazan; Miss Miller dava a Baldwin il suo tempo privato). Quando l'eros è represso cade in un'intimità clandestina. Pure impariamo attraverso la vicinanza - osservando le mani del maestro al lavoro, ascoltando le inflessioni vocali, contagiati dalla gioia del compito. Uno degli studenti di Socrate dice (Teagete 127 Bff): " Ho fatto progressi ogni volta che ero insieme a te… e sono progredito più rapidamente e profondamente quando mi sono seduto vicino, accanto a te e ti ho toccato". Mentre per l'educazione nello stesso passaggio (128B) Socrate dice: " Non so niente di questo raffinato sapere dei Sofisti; io ho soltanto un piccolo corpo di sapere: la natura dell'amore (tà erotika)".

E' importante mantenere distinte nella mente le molte specie di eros. I filosofi della Chiesa potrebbero elencare una quarantina di specie di relazioni amorose, come i soldati in armi, i compagni in un viaggio, le suore in un ordine, il servo e il padrone, fratelli e sorelle, e naturalmente madri e figli, mariti e mogli. Ciò che in particolare il mentore divide con il suo o la sua protetta è un amore nato da una fantasia comune. La loro dedizione non è tanto per ciascuno come amanti quanto - in questi casi di scrittori - per la lingua inglese. I loro demoni sono in armonia, ciascuno aiuta l'altro a soddisfarsi. Insegnare e imparare sono necessari l'uno all'altro e, come Hansel e Gretel si salvano l'uno con l'altro. Così l'insegnante non è un genitore sostitutivo che procura allo studente i soldi per il pranzo e scarpe nuove. Miss Miller e Miss Wood e Miss Shank nutrivano le anime degli studenti e mettevano il fuoco nei loro spiriti.


 

III

Prima di concludere questo discorso rivolto agli insegnanti mi piacerebbe rendere più chiaro un pensiero. Nonostante il titolo di questo Convegno, la base dell'insegnamento nel Ventunesimo secolo non è diversa da quella di qualunque altro, anche se il contenuto e la forma dell'educazione subiscono le esigenze della storia. Il fatto che l'educazione presti il suo corpo alla piazza del mercato nella nostra epoca, non è diverso dalla sua prostituzione alla dottrina politica nell'era di Stalin e Hitler, o Mao e Pol Pot, o alla Chiesa nella Francia della Scolastica, o all'ortodossia musulmana nelle scuole del Medio Oriente. All'insegnamento si chiede sempre di sottomettersi senza protestare di fronte ai dogmi educativi: lo testimoniano il destino di Socrate, la persecuzione degli insegnanti irlandesi nelle scuole di trincea durante la dominazione inglese. A causa del potere degli istituti educativi, il vero imparare, analogamente alla psicanalisi, diventa sovversivo. L'imparare deve nascondersi all'interno dell'educazione come abbiamo visto nei tre piccoli bambini e nei loro insegnanti, dove una corrente erotica lega in modo sovversivo l'insegnante e lo studente. Marsilio Ficino, uno dei più autorevoli insegnanti d'Europa di sempre, si riferì a questo imparare nascosto e sovversivo come contro-educazione. Noi impariamo ciò che è ufficialmente insegnato, e re-impariamo il contrario o ciò che sta più profondamente nel suo interno, vedendo in esso e attraverso esso, decostruendo, diciamo, con il chiedere ulteriormente: "questo materiale, questo metodo, questa ipotesi che cosa significano per l'anima?". La contro-educazione interiorizza e individualizza, come ha detto Ficino, le uniformità dell'educazione. Individualizzare l'educazione, cioè collocare l'imparare all'interno dell'anima di qualcuno, esige l'eros, non perché l'individualizzare favorisce uno studente a scapito di un altro, il cosiddetto "prediletto dell'insegnante", ma perché l'eros incendia il particolare stile di desiderio di ogni persona.

Con "uniformità" mi riferisco a modelli di prove, misure di intelligenza, gradazioni attraverso livelli, libri di testo uniformi, divisioni del tempo, architettura delle aule scolastiche, ecc. L'idea autentica dell'uniformità educativa, dell'universalità stessa, è stata radicalmente sfidata teoricamente da Howard Gardiner, a Harvard, e molto tempo fa da Giambattista Vico a Napoli. Per Vico i veri universali dai quali potevano essere derivati i modelli sono i miti classici, che ha chiamato universali fantastici, cioè i tipi archetipici che governano l'immaginazione e dai quali dipende lo stesso pensiero. Questi universali mostrano come la natura umana immagina i suoi problemi, viene a contatto con essi, ed effettua scelte di valore. Essi offrono un modo di pensiero umanista o quella che può anche essere chiamata una base poetica della mente che è capace di superare il nichilismo etico dell'educazione contemporanea e l'ottusità estetica travestiti e rinforzati dal "metodo obiettivo".

Così, seguendo Vico, la base archetipica della mente è un substrato sia di logica che di sogno, di scienza e di arte, di passato e di presente, di obiettività e di soggettività. Mentre Vico propone le molteplici persone e storie e valori dei miti nella loro immensa differenziazione, Gardiner mina l'uniformità dimostrando che l'imparare dev'essere molteplice perché l'intelligenza è molteplice. L'imparare e l'insegnare devono seguire una varietà di pensieri. Una dimensione non va bene a tutto. Anche la nozione di "misura" può essere liberata dalla sua angusta denotazione - significati matematici e statistici - per modi che tengono chi e perché e che cosa è stato misurato; per esempio, l'estetica, la narrativa, la morale o le capacità del corpo.

Ma ora sto andando oltre il mio semplice tema e sto trasgredendo nel campo delle idee educative, idee per rifondare l'educazione lungo linee che derivano da Vico e Gardiner, il che implica che il primo compito dell'educazione sarebbe di psicoanalizzare se stessa, di decostruirsi trovando i miti che suggeriscono i suoi programmi. Pure, qualunque cosa venga proposta da chiunque, dovunque, la techne e la praxis di tutti i programmi educativi, la realtà di ogni adempimento dipende dall'affinità naturale fra la coppia archetipica: l'Insegnante e lo Studente.


 

Nota

Dall'inglese serendipity. Lo scoprire qualcosa di inatteso e importante che non ha nulla a che fare con quanto ci si proponeva di trovare o con i presupposti teorici sui quali ci si basava. Il significato del termine trae origine dalla fiaba persiana I tre principi di Serendip, nella quale gli eroi protagonisti posseggono appunto il dono naturale di trovare cose di valore non cercate.


 

James Hillman


 

Per leggere le risposte degli insegnanti:

http://www.edscuola.it/archivio/ped/hillman.htm

Read More...

lunedì 5 maggio 2008

Fondazione IDIS - Le 4 R per smaltimento dei rifiuti
































La mostra


4R / per saperne di più


dal 2 al 31 maggio 2008


Città della Scienza Napoli


Un evento-laboratorio promosso da Fondazione IDIS - Città della Scienza, Università degli Studi di Napoli Federico II e il quotidiano Il Mattino.


Con il contributo dell'Assessorato all'Istruzione Formazione e Lavoro della Regione Campania


e la collaborazione dell'Ufficio Scolastico Regionale per la Campania.


Nei primi giorni dello scorso gennaio, l'emergenza rifiuti in campania viveva il suo momento di crisi più alto. Negli stessi giorni la Fondazione IDIS, l'Università degli Studi di Napoli Federico II e il quotidiano Il Mattino intraprendevano la campagna 4R / per saperne di più per diffondere informazioni corrette sulla complessa problematica dei rifiuti.


Oggi questa manifestazione si propone di dare forma materiale all'omonima campagna.


Leggi l'articolo


L'intervento


Conoscere per capire


Guido Trombetti


Vittorio Silvestrini


L'emergenza passerà (almeno si spera). Il problema dello smaltimento dei rifiuti resterà. Ed appare del tutto evidente che occorrerà molto lavoro. E molte competenze. Partendo dalla realizzazione e manutenzione di impianti tecnologicamente sofisticati.


Fino alla comprensione del singolo cittadino. Lavavetri, professionista, impiegato o imprenditore che sia. E su quest'ultimo aspetto vogliamo soffermarci.


Leggi l'articolo




Read More...

sabato 3 maggio 2008

ORIENTIAMOCI

Read More...

sabato 26 aprile 2008

E C O M E T R O C U B O


Il 12 aprile si è finalmente "composto" l'ecometrocubo di Mina Di Nardo,la re/azione dell'artista alla crisi umana - ambientale....

Read More...