SUPERSANTOS, il cortometraggio


sabato 4 ottobre 2008

Il Primo Posto del Premio Corti di Architettura è stato vinto dal cortometraggio “Supersantos” di Armando Minopoli.



Il Primo Posto del Premio Corti di Architettura è stato vinto dal cortometraggio "Supersantos" di Armando Minopoli.
Il film è il frutto della collaborazione di tre architetti napoletani, Minopoli, Marini e Delle Donne, che hanno indagato la città con l'occhio sensibile di due bambini, Daniele e Marco, cogliendo contraddizioni, conferme e sorprese dell'abitare la città contemporanea.


Le musiche originali sono di Alessandro Petrosino eseguite da Koiné ensemble.


Per la metà di ottobre è prevista una proiezione all'ArtGarage di Pozzuoli.


Info: 3395206096





Read More...

Premio Ischia di Architettura e Premio I Corti di Architettura I edizione |

Premio Ischia di Architettura

La splendida Torre di Michelangelo ad Ischia,
nella baia di Cartaromana, è stata la cornice per la serata inaugurale del "Premio Ischia di Architettura" e del Premio "I Corti di Architettura", manifestazione organizzata da ANGiA (Associazione Nazionale Giovani Architetti e PPC), dall'Ordine degli Architetti,
Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Napoli e Provincia e dalla Scuola del Cinema di Roma.

Sabato 20 Settembre una giuria di esperti ha giudicato opere realizzate da architetti under 40 nel campo della ricezione turistica, del fitness/benessere (alberghi, terme, SPA, parchi termali, agriturismi); in concorso anche cortometraggi, diretti da giovani filmaker,
sul tema della comunicazione dello spazio e dell'architettura.

I progetti e i corti resteranno in mostra nella Torre fino al 5 Ottobre 2008.

"Lo scopo del premio è evidenziare il ruolo e la responsabilità che l'architettura assume nel processo di trasformazione del paesaggio" dice Paolo Pisciotta Presidente dall'Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori di Napoli e Provincia, "compito dell'architetto è di restituire l'inscindibilità tra "qualità della vita" e "qualità dell'architettura", ma compito delle istituzioni è valorizzare l'architettura come veicolo di sviluppo".

Alessia Guarnaccia, Presidente dell'ANGiA sostiene che "l'architettura non è solo edilizia, ma è progetto dei pieni, dei vuoti, delle connessioni, l'architettura genera relazioni sociali, economiche, culturali, produce paesaggio attivo anzi "interattivo", è una risorsa perchè genera economia ed è strumento di costruzione delle politiche di sviluppo
per cui
bisogna utilizzarla come tale"

Gli organizzatori sottolineano che volutamente il premio è stato rivolto ad opere realizzate, talaltro in un settore specifico come quello del turismo, da giovani professionisti a sottolineare soprattutto come oggi sono ancora troppo pochi questi interventi.

"I feroci abusi perpetrati a danno del paesaggio possono essere attenuati da un'inversione di tendenza, accompagnata da una rivoluzione culturale che consideri, quale punto di partenza, le dimensioni della sostenibilità per uno sviluppo del territorio compatibile con l'ambiente" dice il giovane architetto Giovannangelo de Angelis ideatore e regista dell'evento, insieme con Alessia Guarnaccia e Paolo Pisciotta, che ha coordinato il gruppo organizzatore (Daniela Marino, Lucia Regine, Morena Miglio, Rita D'Eustacchio, Lisa Vitale, Sara Castagna, Simone Verde e Roberta Inarta) formato da giovani professionisti.

Il progetto è stato patrocinato dal Senato della Repubblica, dal Consiglio Nazionale degli Architetti e PPC, dai Comuni dell'isola d'Ischia e sostenuto dalle aziende:
REGINE SNC (materiali idraulici; pavimenti e rivestimenti); IMPERATORE TRAVEL tour operator; ECONOM FERRO lavori in ferro, infissi; LAURO GROUP; ADLI - Associazione dei Datori di Lavoro - Ischia; IL GATTOPARDO HOTEL TERME & BEAUTY FARM; LA CERAMICA ANTICA; ARCA COSTRUZIONI; TAL ILLUMINAZIONE; PARCO TERMALE NEGOMBO; CEVI CERAMICA VIETRESE.

Varie sono state le sezioni del "Premio Ischia di Architettura" e i vincitori.

Il Premio alla carriera è andato ad Orazio La Monaca, architetto siciliano che opera nel trapanese ed ha al suo attivo numerosi alberghi progettati e realizzati.

Il Primo Posto del Premio ANGiA è stato "Lido Metropolitano. Ampliamento di un centro sportivo: ristorante-reception, piscina scoperta e relativi servizi" realizzato da Anna Chiara Morandi e Paolo Citterio, uno studio di professionisti di Saronno (VA)

Il Secondo Posto del Premio ANGiA è andato al progetto " Energia della bellezza" di Federico Verderosa, Nicola Zarra, e Rocco Lettieri; mentre il

Terzo Posto è stato assegnato a "Recupero materiale e intellettuale di un epoca in un albergo a Capri" di Massimo Esposito, Elisa Buiano e Giapaolo Grumelli.

Il Primo Posto del Premio Zollinger è andato all'albergo" Villa Carolina" a Forio d'Ischia, realizzato da Francesco Felice Bonfantino, Rossella Traversari, Antonio De Martino (studio Gnosis Architettura). Il Secondo Posto, invece è andato al progetto" AK047 " di Tiziana Maria Giovanna Monti, e il Terzo al lavoro di Andrea Mattera " Mediterraneo".

Il Primo Posto del Premio ANAB è stato conquistato dalla realizzazione di un fitness e beauty center in Lioni, realizzato da Federico Verderosa, Nicola Zarra, Rocco Lettieri (studio VZL +)

Il Primo Posto del Premio Corti di Architettura è stato vinto dal cortometraggio "Supersantos" di Armando Minopoli; il Secondo classificato è stato " La casa del fascio" di Nicolangelo Gelormini. Mentre il Terzo Posto è stato dato a due cortometraggi, " Marcia al supplizio" di Diana Verde e l'altro "Città globale" di Yasmin Sarah Mewour.

La premiazione è stata preceduta da una tavola rotonda dal titolo Architettura-Turismo-Cinema moderata dalla giornalista Paola Zanoni,

Al vivace confronto sono intervenuti: l'Onorevole Salvatore Lauro (Presidente Consorzio Arcipelago Campano), Arch. Raffaele Sirica (Presidente Consiglio Nazionale Architetti), Arch. Luigi Prestinenza Puglisi (Critico di Architettura), Arch. Giancarlo Allen (Associazione Nazionale Architettura Biologica), Prof. Benedetto Gravagnuolo (Preside Facoltà Architettura Napoli), Arch. Giovanni Polazzi (Studio Archea), Ermanno Mennella (Presidente Associazione Albergatori Ischia), Renato De Rienzo (Scuola di Cinema di Roma), Arch. Paolo Pisciotta (Presidente Ordine Architetti Napoli), Arch. Alessia Guarnaccia (Presidente Associazione Nazionale Giovani Architetti).

Read More...

mercoledì 1 ottobre 2008

Castel dell'Ovo - Mostra Personale: Enza Polito

Mostra Personale: Enza Polito

dal 2 al 10 ottobre 2008

inaugurazione 1 ottobre 2008 alle ore 17,00. 

 
 

 
 

LA PIETRA CHE PARLA Rino Mele

 
 

Niente è più difficile da fotografare di ciò che è inorganico. Le pietre non hanno volto, non ti guardano (per farsi guardare), sono al di là del fotografo e di qualsiasi ipotesi di sguardo: ciò che è inorganico sfida la vita dal suo rovescio. Il fotografo è bloccato dall'assoluta mancanza di reciprocità, si trova solo, sbranato dall'attimo che gli precipita addosso. Così Enza Polito (che tratta gli animali e gli uomini come fossero morti) ora che si è trovata davvero di fronte a quelli che sono passati oltre e di cui le pietre sono un perfetto riscontro -copia e ritratto insieme- ha mostrato nel suo lavoro l'ansia di una profonda pietà, ne ha tratto graffiati volti e grida. Sabbia diventata dura, acqua del deserto prosciugata dai millenni, pietra fresca come un'anima, davanti ad essa Polito ha piegato la sua attenzione, il dolore di guardare chi non avrà mai gli occhi per rispondere. Il fotografo scava nell'altro lo sguardo che quello non sa di possedere, ne fa una grande maschera funebre. Così ora Enza Polito chiede alla pietra di scivolar via dalla sua fissità, di mostrarsi docile come una voce stregata da improvviso desiderio. Le fotografie di questa mostra sono gli esiti di una ricerca faticosa, le stazioni di un cammino nel regno delle ombre. Se analizziamo il suo privato lapidario siamo sorpresi di come Enza Polito crei della pietra sempre una scena tridimesionale: i suoi quarzi, le sue arenarie non sono superficie ma fiume e deserto insieme: non troviamo, in queste fotografie, segnali di confine, elementi che facciano da cornice ma solo pietra, e pietra, e i segni che la rendono desiderabile, e ne esaltano la seduzione. Della pietra fotografa l'indicibile vibrazione, ciò che l'allontana dalla fissità, gli arabeschi del tempo, rami sommersi che non conosceranno il gonfiarsi nella pioggia. Sembra di vederla questa così brava fotografa, testarda davanti a quegli oggetti immemori, una grande lastra pungente, una parete scistosa, crearsi un varco che l'allontani dalla patologia del tempo e sentirsi, nel guardare, affrancata dal dolore. Così, catturata dalla bellezza dei segni muti che le stanno di fronte, tenta con essi il dialogo, fugge dalla fissità con cui Medusa si fa pietra (il mito di quest'ultima sembrerebbe indicare il cammino inverso, ma è solo se stessa che Medusa insegue, la richiesta di pace si torce come fiocina nel suo petto, è per sé la violenza con la quale cancella gli occhi e la voce).

 
 

Resta da spiegare l'origine del titolo, La pietra che parla. L'ho tratto da una delle più belle canzoni di Dante, Al poco giorno ed al gran cerchio d'ombra. Dante grida la durezza di un amore crudele, la sfida ultima per cui impallidisce, i graffi della silice in cui si spezza il suo desiderio: E il mio disio però non cangia il verde, / sì è barbato nella dura pietra / che parla e sente come fosse donna.

 
 

CASTEL DELL'OVO

via Caracciolo, Borgo Marinari Tel. 0812400055

info: casteldellovo@comune.napoli.it

Ingresso gratuito

feriali ore 9,00 - 18,00

domenica e festivi ore 10,00 - 14,00

 
 

Come si raggiunge: con autobus 140, R3

 
 

Inserito da <http://www.comune.napoli.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/7697/UT/systemPrint>

Read More...

lunedì 29 settembre 2008

ma che ci facciamo a Napoli?

21 set 2008 23.31


 Daniele Sepe


 

Stasera si sarebbe dovuto suonare con Brigada Internazionale al Maschio Angioino, a Napoli. Finalmente a casa. Non suonavo a Napoli dal 29 giugno del 2007. Abbiamo scoperto che il Maschio Angioino di domenica rimane chiuso fino alle 17 . Il concerto era programmato per le 21 quindi c'era da fare il montaggio palco e il sound check per un orchestra di 18 elementi in tre ore e mezza. Fantascienza. Armati di buona volontà comunque ci eravamo decisi a tentarci, ma come se non bastasse scopriamo che l'impianto luci erano quattro piantane con quattro fari che tristemente presidiavano i quattro angoli del palco. Roba da sagra del baccalà di Ossi Tissi (senza offesa per il baccalà...). Insomma per farla breve non s'è potuto suonare. Mi hanno detto che la signora Sofia Loren ha avuto 250.000 euro per presenziare la chiusura della Piedigrotta di quest'anno. Giustamente ha tessuto le lodi di Napoli e dei suoi amministratori. Per 250.000 euro forse l'avrei fatto certamente pure io. Noi della Brigada invece, molto più miseramente , pur di suonare nella nostra città avevamo accordato un prezzo stracciato: 4500 euro per 18 persone d'orchestra e due tecnici, compresi il sottoscritto. Fate un po di calcoli. Per me suonare è ancora un piacere, ma mi sa che con Napoli ho chiuso. Bastavano 500 euro di luci in più, giusto per far vedere qualcosa di quest'orchestra. Tanto per fare un paragone la settimana prima avevamo suonato ad Acquaviva, provincia di Siena. Un paesello con un numero di abitanti pari a tre condominii del Vomero. Un festival organizzato da ragazzi. Palco coperto, service adeguato e tanto entusiasmo. Ci vuole poco quando c'è passione. Ho sempre sorriso con soddisfazione a tutti i colleghi musicisti, attori e registi che mi dicevano "ma che ci fai a Napoli?" e che se ne sono scappati a Roma o a Milano. Io qua ci resto, ma suonare no, a Napoli non si può. Tante scuse a chi è venuto e non si è potuto godere la Brigada.

 
 

Inserito da <http://www.myspace.com/danielesepe>

Read More...

lunedì 22 settembre 2008

Saviano, lettera a Gomorra tra killer e omertà

Grido d’accusa dello scrittore dopo la strage di Castel Volturno:
“Davvero pensate che nulla di ciò che accade dipenda dal vostro impegno?”.

di Roberto Saviano

I responsabili hanno dei nomi. Hanno dei volti. Hanno persino un’anima. O forse no. Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino, Pietro Vargas stanno portando avanti una strategia militare violentissima. Sono autorizzati dal boss latitante Michele Zagaria e si nascondono intorno a Lago Patria. Tra di loro si sentiranno combattenti solitari, guerrieri che cercano di farla pagare a tutti, ultimi vendicatori di una delle più sventurate e feroci terre d’Europa. Se la racconteranno così.
Ma Giuseppe Setola, Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo, Giovanni Letizia, Emilio di Caterino e Pietro Vargas sono vigliacchi, in realtà: assassini senza alcun tipo di abilità militare. Per ammazzare svuotano caricatori all’impazzata, per caricarsi si strafanno di cocaina e si gonfiano di Fernet Branca e vodka. Sparano a persone disarmate, colte all’improvviso o prese alle spalle. Non si sono mai confrontati con altri uomini armati. Dinnanzi a questi tremerebbero, e invece si sentono forti e sicuri uccidendo inermi, spesso anziani o ragazzi giovani. Ingannandoli e prendendoli alle spalle.
E io mi chiedo: nella vostra terra, nella nostra terra sono ormai mesi e mesi che un manipolo di killer si aggira indisturbato massacrando soprattutto persone innocenti. Cinque, sei persone, sempre le stesse. Com’è possibile? Mi chiedo: ma questa terra come si vede, come si rappresenta a se stessa, come si immagina? Come ve la immaginate voi la vostra terra, il vostro paese? Come vi sentite quando andate al lavoro, passeggiate, fate l’amore? Vi ponete il problema, o vi basta dire, “così è sempre stato e sempre sarà così”?
Davvero vi basta credere che nulla di ciò che accade dipende dal vostro impegno o dalla vostra indignazione? Che in fondo tutti hanno di che campare e quindi tanto vale vivere la propria vita quotidiana e nient’altro. Vi bastano queste risposte per farvi andare avanti? Vi basta dire “non faccio niente di male, sono una persona onesta” per farvi sentire innocenti? Lasciarvi passare le notizie sulla pelle e sull’anima. Tanto è sempre stato così, o no? O delegare ad associazioni, chiesa, militanti, giornalisti e altri il compito di denunciare vi rende tranquilli? Di una tranquillità che vi fa andare a letto magari non felici ma in pace? Vi basta veramente?
Questo gruppo di fuoco ha ucciso soprattutto innocenti. In qualsiasi altro paese la libertà d’azione di un simile branco di assassini avrebbe generato dibattiti, scontri politici, riflessioni. Invece qui si tratta solo di crimini connaturati a un territorio considerato una delle province del buco del culo d’Italia. E quindi gli inquirenti, i carabinieri e poliziotti, i quattro cronisti che seguono le vicende, restano soli. Neanche chi nel resto del paese legge un giornale, sa che questi killer usano sempre la stessa strategia: si fingono poliziotti. Hanno lampeggiante e paletta, dicono di essere della Dia o di dover fare un controllo di documenti. Ricorrono a un trucco da due soldi per ammazzare con più facilità. E vivono come bestie: tra masserie di bufale, case di periferia, garage.
Hanno ucciso sedici persone. La mattanza comincia il 2 maggio verso le sei del mattino in una masseria di bufale a Cancello Arnone. Ammazzano il padre del pentito Domenico Bidognetti, cugino ed ex fedelissimo di Cicciotto e’ mezzanotte.
Umberto Bidognetti aveva 69 anni e in genere era accompagnato pure dal figlio di Mimì, che giusto quella mattina non era riuscito a tirarsi su dal letto per aiutare il nonno. Il 15 maggio uccidono a Baia Verde, frazione di Castel Volturno, il sessantacinquenne Domenico Noviello, titolare di una scuola guida. Domenico Noviello si era opposto al racket otto anni prima. Era stato sotto scorta, ma poi il ciclo di protezione era finito. Non sapeva di essere nel mirino, non se l’aspettava. Gli scaricano addosso 20 colpi mentre con la sua Panda sta andando a fare una sosta al bar prima di aprire l’autoscuola. La sua esecuzione era anche un messaggio alla Polizia che stava per celebrare la sua festa proprio a Casal di Principe, tre giorni dopo, e ancor più una chiara dichiarazione: può passare quasi un decennio ma i Casalesi non dimenticano.
Prima ancora, il 13 maggio, distruggono con un incendio la fabbrica di materassi di Pietro Russo a Santa Maria Capua Vetere. È l’unico dei loro bersagli ad avere una scorta. Perché è stato l’unico che, con Tano Grasso, tentò di organizzare un fronte contro il racket in terra casalese. Poi, il 30 maggio, a Villaricca colpiscono alla pancia Francesca Carrino, una ragazza, venticinque anni, nipote di Anna Carrino, la ex compagna di Francesco Bidognetti, pentita. Era in casa con la madre e con la nonna, ma era stata lei ad aprire la porta ai killer che si spacciavano per agenti della Dia.
Non passa nemmeno un giorno che a Casal di Principe, mentre dopo pranzo sta per andare al “Roxy bar”, uccidono Michele Orsi, imprenditore dei rifiuti vicino al clan che, arrestato l’anno prima, aveva cominciato a collaborare con la magistratura svelando gli intrighi rifiuti-politica-camorra. È un omicidio eccellente che fa clamore, solleva polemiche, fa alzare la voce ai rappresentanti dello Stato. Ma non fa fermare i killer.
L’11 luglio uccidono al Lido “La Fiorente” di Varcaturo Raffaele Granata, 70 anni, gestore dello stabilimento balneare e padre del sindaco di Calvizzano. Anche lui paga per non avere anni prima ceduto alle volontà del clan. Il 4 agosto massacrano a Castel Volturno Ziber Dani e Arthur Kazani che stavano seduti ai tavoli all’aperto del “Bar Kubana” e, probabilmente, il 21 agosto Ramis Doda, venticinque anni, davanti al “Bar Freedom” di San Marcellino. Le vittime sono albanesi che arrotondavano con lo spaccio, ma avevano il permesso di soggiorno e lavoravano nei cantieri come muratori e imbianchini.
Poi il 18 agosto aprono un fuoco indiscriminato contro la villetta di Teddy Egonwman, presidente dei nigeriani in Campania, che si batte da anni contro la prostituzione delle sue connazionali, ferendo gravemente lui, sua moglie Alice e altri tre amici.
Tornano a San Marcellino il 12 settembre per uccidere Antonio Ciardullo ed Ernesto Fabozzi, massacrati mentre stavano facendo manutenzione ai camion della ditta di trasporti di cui il primo era titolare. Anche lui non aveva obbedito, e chi gli era accanto è stato ucciso perché testimone.
Infine, il 18 settembre, trivellano prima Antonio Celiento, titolare di una sala giochi a Baia Verde, e un quarto d’ora dopo aprono un fuoco di 130 proiettili di pistole e kalashnikov contro gli africani riuniti dentro e davanti la sartoria “Ob Ob Exotic Fashion” di Castel Volturno. Muoiono Samuel Kwaku, 26 anni, e Alaj Ababa, del Togo; Cristopher Adams e Alex Geemes, 28 anni, liberiani; Kwame Yulius Francis, 31 anni, e Eric Yeboah, 25, ghanesi, mentre viene ricoverato con ferite gravi Joseph Ayimbora, 34 anni, anche lui del Ghana. Solo uno o due di loro avevano forse a che fare con la droga, gli altri erano lì per caso, lavoravano duro nei cantieri o dove capitava, e pure nella sartoria.
Sedici vittime in meno di sei mesi. Qualsiasi paese democratico con una situazione del genere avrebbe vacillato. Qui da noi, nonostante tutto, neanche se n’è parlato. Neanche si era a conoscenza da Roma in su di questa scia di sangue e di questo terrorismo, che non parla arabo, che non ha stelle a cinque punte, ma comanda e domina senza contrasto.
Ammazzano chiunque si opponga. Ammazzano chiunque capiti sotto tiro, senza riguardi per nessuno. La lista dei morti potrebbe essere più lunga, molto più lunga. E per tutti questi mesi nessuno ha informato l’opinione pubblica che girava questa “paranza di fuoco”. Paranza, come le barche che escono a pescare insieme in alto mare. Nessuno ne ha rivelato i nomi sino a quando non hanno fatto strage a Castel Volturno.
Ma sono sempre gli stessi, usano sempre le stesse armi, anche se cercano di modificarle per trarre in inganno la scientifica, segno che ne hanno a disposizione poche. Non entrano in contatto con le famiglie, stanno rigorosamente fra di loro. Ogni tanto qualcuno li intravede nei bar di qualche paesone, dove si fermano per riempirsi d’alcol. E da sei mesi nessuno riesce ad acciuffarli.
Castel Volturno, territorio dove è avvenuta la maggior parte dei delitti, non è un luogo qualsiasi. Non è un quartiere degradato, un ghetto per reietti e sfruttati come se ne possono trovare anche altrove, anche se ormai certe sue zone somigliano più alle hometown dell’Africa che al luogo di turismo balneare per il quale erano state costruite le sue villette. Castel Volturno è il luogo dove i Coppola edificarono la più grande cittadella abusiva del mondo, il celebre Villaggio Coppola.
Ottocentosessantatremila metri quadrati occupati col cemento. Che abusivamente presero il posto di una delle più grandi pinete marittime del Mediterraneo. Abusivo l’ospedale, abusiva la caserma dei carabinieri, abusive le poste. Tutto abusivo. Ci andarono ad abitare le famiglie dei soldati della Nato. Quando se ne andarono, il territorio cadde nell’abbandono più totale e divenne tutto feudo di Francesco Bidognetti e al tempo stesso territorio della mafia nigeriana.
I nigeriani hanno una mafia potente con la quale ai Casalesi conveniva allearsi, il loro paese è diventato uno snodo nel traffico internazionale di cocaina e le organizzazioni nigeriane sono potentissime, capaci di investire soprattutto nei money transfer, i punti attraverso i quali tutti gli immigrati del mondo inviano i soldi a casa. Attraverso questi, i nigeriani controllano soldi e persone. Da Castel Volturno transita la coca africana diretta soprattutto in Inghilterra. Le tasse sul traffico che quindi il clan impone non sono soltanto il pizzo sullo spaccio al minuto, ma accordi di una sorta di joint venture. Ora però i nigeriani sono potenti, potentissimi. Così come lo è la mafia albanese, con la quale i Casalesi sono in affari.
E il clan si sta slabbrando, teme di non essere più riconosciuto come chi comanda per primo e per ultimo sul territorio. Ed ecco che nei vuoti si insinuano gli uomini della paranza. Uccidono dei pesci piccoli albanesi come azione dimostrativa, fanno strage di africani - e fra questi nessuno viene dalla Nigeria - colpiscono gli ultimi anelli della catena di gerarchie etniche e criminali. Muoiono ragazzi onesti, ma come sempre, in questa terra, per morire non dev’esserci una ragione. E basta poco per essere diffamati.
I ragazzi africani uccisi erano immediatamente tutti “trafficanti” come furono “camorristi” Giuseppe Rovescio e Vincenzo Natale, ammazzati a Villa Literno il 23 settembre 2003 perché erano fermi a prendere una birra vicino a Francesco Galoppo, affiliato del clan Bidognetti. Anche loro furono subito battezzati come criminali.
Non è la prima volta che si compie da quelle parti una mattanza di immigrati. Nel 1990 Augusto La Torre, boss di Mondragone, partì con i suoi fedelissimi alla volta di un bar che, pur gestito da italiani, era diventato un punto di incontro per lo spaccio degli africani. Tutto avveniva sempre lungo la statale Domitiana, a Pescopagano, pochi chilometri a nord di Castel Volturno, però già in territorio mondragonese. Uccisero sei persone, fra cui il gestore, e ne ferirono molte altre. Anche quello era stato il culmine di una serie di azioni contro gli stranieri, ma i Casalesi che pure approvavano le intimidazioni non gradirono la strage. La Torre dovette incassare critiche pesanti da parte di Francesco “Sandokan” Schiavone. Ma ora i tempi sono cambiati e permettono di lasciar esercitare una violenza indiscriminata a un gruppo di cocainomani armati.
Chiedo di nuovo alla mia terra che immagine abbia di sé. Lo chiedo anche a tutte quelle associazioni di donne e uomini che in grande silenzio qui lavorano e si impegnano. A quei pochi politici che riescono a rimanere credibili, che resistono alle tentazioni della collusione o della rinuncia a combattere il potere dei clan. A tutti coloro che fanno bene il loro lavoro, a tutti coloro che cercano di vivere onestamente, come in qualsiasi altra parte del mondo. A tutte queste persone. Che sono sempre di più, ma sono sempre più sole.
Come vi immaginate questa terra? Se è vero, come disse Danilo Dolci, che ciascuno cresce solo se è sognato, voi come ve li sognate questi luoghi? Non c’è stata mai così tanta attenzione rivolta alle vostre terre e quel che vi è avvenuto e vi avviene. Eppure non sembra cambiato molto. I due boss che comandano continuano a comandare e ad essere liberi. Antonio Iovine e Michele Zagaria. Dodici anni di latitanza. Anche di loro si sa dove sono. Il primo è a San Cipriano d’Aversa, il secondo a Casapesenna. In un territorio grande come un fazzoletto di terra, possibile che non si riesca a scovarli?
È storia antica quella dei latitanti ricercati in tutto il mondo e poi trovati proprio a casa loro. Ma è storia nuova che ormai ne abbiano parlato più e più volte giornali e tv, che politici di ogni colore abbiano promesso che li faranno arrestare. Ma intanto il tempo passa e nulla accade. E sono lì. Passeggiano, parlano, incontrano persone.
Ho visto che nella mia terra sono comparse scritte contro di me. Saviano merda. Saviano verme. E un’enorme bara con il mio nome. E poi insulti, continue denigrazioni a partire dalla più ricorrente e banale: “Quello s’è fatto i soldi”. Col mio lavoro di scrittore adesso riesco a vivere e, per fortuna, pagarmi gli avvocati. E loro? Loro che comandano imperi economici e si fanno costruire ville faraoniche in paesi dove non ci sono nemmeno le strade asfaltate?
Loro che per lo smaltimento di rifiuti tossici sono riusciti in una sola operazione a incassare sino a 500 milioni di euro e hanno imbottito la nostra terra di veleni al punto tale di far lievitare fino al 24% certi tumori, e le malformazioni congenite fino all’84% per cento? Soldi veri che generano, secondo l’Osservatorio epidemiologico campano, una media di 7.172,5 morti per tumore all’anno in Campania. E ad arricchirsi sulle disgrazie di questa terra sarei io con le mie parole, o i carabinieri e i magistrati, i cronisti e tutti gli altri che con libri o film o in ogni altro modo continuano a denunciare? Com’è possibile che si crei un tale capovolgimento di prospettive? Com’è possibile che anche persone oneste si uniscano a questo coro? Pur conoscendo la mia terra, di fronte a tutto questo io rimango incredulo e sgomento e anche ferito al punto che fatico a trovare la mia voce.
Perché il dolore porta ad ammutolire, perché l’ostilità porta a non sapere a chi parlare. E allora a chi devo rivolgermi, che cosa dico? Come faccio a dire alla mia terra di smettere di essere schiacciata tra l’arroganza dei forti e la codardia dei deboli? Oggi qui in questa stanza dove sono, ospite di chi mi protegge, è il mio compleanno. Penso a tutti i compleanni passati così, da quando ho la scorta, un po’ nervoso, un po’ triste e soprattutto solo.
Penso che non potrò mai più passarne uno normale nella mia terra, che non potrò mai più metterci piede. Rimpiango come un malato senza speranze tutti i compleanni trascurati, snobbati perché è solo una data qualsiasi, e un altro anno ce ne sarà uno uguale. Ormai si è aperta una voragine nel tempo e nello spazio, una ferita che non potrà mai rimarginarsi. E penso pure e soprattutto a chi vive la mia stessa condizione e non ha come me il privilegio di scriverne e parlare a molti.
Penso ad altri amici sotto scorta, Raffaele, Rosaria, Lirio, Tano, penso a Carmelina, la maestra di Mondragone che aveva denunciato il killer di un camorrista e che da allora vive sotto protezione, lontana, sola. Lasciata dal fidanzato che doveva sposare, giudicata dagli amici che si sentono schiacciati dal suo coraggio e dalla loro mediocrità. Perché non c’era stata solidarietà per il suo gesto, anzi, ci sono state critiche e abbandono. Lei ha solo seguito un richiamo della sua coscienza e ha dovuto barcamenarsi con il magro stipendio che le dà lo stato.
Cos’ha fatto Carmelina, cos’hanno fatto altri come lei per avere la vita distrutta e sradicata, mentre i boss latitanti continuano a poter vivere protetti e rispettati nelle loro terre? E chiedo alla mia terra: che cosa ci rimane? Ditemelo. Galleggiare? Far finta di niente? Calpestare scale di ospedali lavate da cooperative di pulizie loro, ricevere nei serbatoi la benzina spillata da pompe di benzina loro? Vivere in case costruite da loro, bere il caffè della marca imposta da loro (ogni marca di caffè per essere venduta nei bar deve avere l’autorizzazione dei clan), cucinare nelle loro pentole (il clan Tavoletta gestiva produzione e vendita delle marche più prestigiose di pentole)?
Mangiare il loro pane, la loro mozzarella, i loro ortaggi? Votare i loro politici che riescono, come dichiarano i pentiti, ad arrivare alle più alte cariche nazionali? Lavorare nei loro centri commerciali, costruiti per creare posti di lavoro e sudditanza dovuta al posto di lavoro, ma intanto non c’è perdita, perché gran parte dei negozi sono loro? Siete fieri di vivere nel territorio con i più grandi centri commerciali del mondo e insieme uno dei più alti tassi di povertà? Passare il tempo nei locali gestiti o autorizzati da loro? Sedervi al bar vicino ai loro figli, i figli dei loro avvocati, dei loro colletti bianchi? E trovarli simpatici e innocenti, tutto sommato persone gradevoli, perché loro in fondo sono solo ragazzi, che colpa hanno dei loro padri.
E infatti non si tratta di stabilire colpe, ma di smettere di accettare e di subire sempre, smettere di pensare che almeno c’è ordine, che almeno c’è lavoro, e che basta non grattare, non alzare il velo, continuare ad andare avanti per la propria strada. Che basta fare questo e nella nostra terra si è già nel migliore dei mondi possibili, o magari no, ma nell’unico mondo possibile sicuramente.
Quanto ancora dobbiamo aspettare? Quanto ancora dobbiamo vedere i migliori emigrare e i rassegnati rimanere? Siete davvero sicuri che vada bene così? Che le serate che passate a corteggiarvi, a ridere, a litigare, a maledire il puzzo dei rifiuti bruciati, a scambiarvi quattro chiacchiere, possano bastare? Voi volete una vita semplice, normale, fatta di piccole cose, mentre intorno a voi c’è una guerra vera, mentre chi non subisce e denuncia e parla perde ogni cosa. Come abbiamo fatto a divenire così ciechi? Così asserviti e rassegnati, così piegati? Come è possibile che solo gli ultimi degli ultimi, gli africani di Castel Volturno che subiscono lo sfruttamento e la violenza dei clan italiani e di altri africani, abbiano saputo una volta tirare fuori più rabbia che paura e rassegnazione? Non posso credere che un sud così ricco di talenti e forze possa davvero accontentarsi solo di questo.
La Calabria ha il Pil più basso d’Italia ma “Cosa Nuova”, ossia la ?ndrangheta, fattura quanto e più di una intera manovra finanziaria italiana. Alitalia sarà in crisi, ma a Grazzanise, in un territorio marcio di camorra, si sta per costruire il più grande aeroporto italiano, il più vasto del Mediterraneo. Una terra condannata a far circolare enormi capitali senza avere uno straccio di sviluppo vero, e invece ha danaro, profitto, cemento che ha il sapore del saccheggio, non della crescita.
Non posso credere che riescano a resistere soltanto pochi individui eccezionali. Che la denuncia sia ormai solo il compito dei pochi singoli, preti, maestri, medici, i pochi politici onesti e gruppi che interpretano il ruolo della società civile. E il resto? Gli altri se ne stanno buoni e zitti, tramortiti dalla paura? La paura. L’alibi maggiore. Fa sentire tutti a posto perché è in suo nome che si tutelano la famiglia, gli affetti, la propria vita innocente, il proprio sacrosanto diritto a viverla e costruirla.
Ma non avere più paura non sarebbe difficile. Basterebbe agire, ma non da soli. La paura va a braccetto con l’isolamento. Ogni volta che qualcuno si tira indietro crea altra paura, che crea ancora altra paura, in un crescendo esponenziale che immobilizza, erode, lentamente manda in rovina.
“Si può edificare la felicità del mondo sulle spalle di un unico bambino maltrattato?”, domanda Ivan Karamazov a suo fratello Aljo?a. Ma voi non volete un mondo perfetto, volete solo una vita tranquilla e semplice, una quotidianità accettabile, il calore di una famiglia. Accontentarvi di questo pensate che vi metta al riparo da ansie e dolori. E forse ci riuscite, riuscite a trovare una dimensione in cui trovate serenità. Ma a che prezzo?
Se i vostri figli dovessero nascere malati o ammalarsi, se un’altra volta dovreste rivolgervi a un politico che in cambio di un voto vi darà un lavoro senza il quale anche i vostri piccoli sogni e progetti finirebbero nel vuoto, quando faticherete ad ottenere un mutuo per la vostra casa mentre i direttori delle stesse banche saranno sempre disponibili con chi comanda, quando vedrete tutto questo forse vi renderete conto che non c’è riparo, che non esiste nessun ambito protetto, e che l’atteggiamento che pensavate realistico e saggiamente disincantato vi ha appestato l’anima di un risentimento e rancore che toglie ogni gusto alla vostra vita.
Perché se tutto ciò è triste la cosa ancora più triste è l’abitudine. Abituarsi che non ci sia null’altro da fare che rassegnarsi, arrangiarsi o andare via. Chiedo alla mia terra se riesce ancora ad immaginare di poter scegliere. Le chiedo se è in grado di compiere almeno quel primo gesto di libertà che sta nel riuscire a pensarsi diversa, pensarsi libera. Non rassegnarsi ad accettare come un destino naturale quel che è invece opera degli uomini.
Quegli uomini possono strapparti alla tua terra e al tuo passato, portarti via la serenità, impedirti di trovare una casa, scriverti insulti sulle pareti del tuo paese, possono fare il deserto intorno a te. Ma non possono estirpare quel che resta una certezza e, per questo, rimane pure una speranza. Che non è giusto, non è per niente naturale, far sottostare un territorio al dominio della violenza e dello sfruttamento senza limiti. E che non deve andare avanti così perché così è sempre stato. Anche perché non è vero che tutto è sempre uguale, ma è sempre peggio.
Perché la devastazione cresce proporzionalmente con i loro affari, perché è irreversibile come la terra una volta per tutte appestata, perché non conosce limiti. Perché là fuori si aggirano sei killer abbrutiti e strafatti, con licenza di uccidere e non mandato, che non si fermano di fronte a nessuno. Perché sono loro l’immagine e somiglianza di ciò che regna oggi su queste terre e di quel che le attende domani, dopodomani, nel futuro. Bisogna trovare la forza di cambiare. Ora, o mai più.
Copyright 2008by Roberto Saviano
Published by arrangementof Roberto SantachiaraLiterary Agency
(22 settembre 2008)
Da “Repubblica.it”

Read More...