ricevo e pubblico volentieri da
Donna Vincenza Eleatica
I giornali ne stanno parlando ma la denuncia all’opinione pubblica dell’ennesima aggressione ai monumenti di Paestum lascia nella sostanza indifferenti i cittadini di Capaccio-Paestum. Ed è questo il vero problema.
I lavori in corso inerenti la viabilità ed i parcheggi attorno alle mura della città antica si stanno trasformando in un vero e proprio scempio ambientale, gli archeologi nella loro torre d'avorio tacciono e gli architetti dormono.
Il prezzo di piccole e grandi pagnotte (leggasi legittime“paure ritorsive”) genera omertà e connivenza. Il futuro di Paestum se lo stanno giocando oscuri personaggi che di etica ed estetica non ne vogliono proprio sapere.
La finalità (lodevole) dell'opera doveva essere la fruizione pedonale e ciclabile della viabilità ai piedi della cinta muraria ma i lavori sono stati concepiti senza tener in alcun conto della presenza delle mura, lo stesso progetto attuativo non ne tiene mai conto.
E' successo pertanto che ogni sensibilità estetica, archeologica e ambientale è venuta meno, le quote e le dimensioni della strada esistente sono state stravolte e ci ritroviamo ora una tangenziale con paracarri in ferro e legno che affossa e deturpa vistosamente la sobria cinta muraria.
Con chi dobbiamo complimentarci per tutto ciò?
Come residenti e cittadini ci chiediamo:
Come fermare lo scempio in atto?
(bisogna venirlo a vedere per crederci.......)
SUPERSANTOS, il cortometraggio
martedì 20 maggio 2008
Paestum: tangenziale intorno alle mura della città antica
lunedì 19 maggio 2008
ECOMETROCUBO, il piombo di quei giorni.
Non erano i tempi “……delle more e dei giochi” né quelli dell’”Acqua Chiara”, non c’entravano niente né Rostand né Raffaele La Capria: erano i giorni dell’immondizia. Quella fisica, dei cumuli che arrivano alla gola. In quei giorni ho incontrato Mina .
Abbiamo percorso insieme una lunga strada sotto una pioggia costante. Avevamo partecipato ad una riunione in un luogo, tuttora esistente al centro della città, che sembra un pezzo di Sarajevo. Il giorno dopo la fine della guerra.
Ci eravamo dette alcune cose: lei mi aveva detto che………… stava lavorando ma non mi disse esattamente a che. Avevo la sensazione che avesse trovato, in quello che stava facendo, un senso forte ma aveva bisogno di definirlo, di articolarlo. E perciò ne parlava.
Parecchio tempo dopo mi arrivò un invito: presentava il suo lavoro, c’era una immagine, un nome. C’era allegria.
Della creazione artistica non credo si possa rivelare lo sforzo se non nel momento in cui lo sforzo è in atto e la costruzione è compiuta. lei l’aveva compiuta. Era libera.
E ora che la costruzione sta per compiersi nuovamente e l’eco-metro cubo prende vita io so di cosa è fatto: è fatto di legno, di resti di altre lavorazioni, altri oggetti, altre esistenze, altra natura, altri racconti e di semi di papavero e di piombo colato. E di molto altro.
Il piombo di riciclo era il piombo di quei giorni, era la sua, la nostra impotenza totale, la paralisi, era ed è il piombo di Saturno.
I semi blu da cui, e sembra una magia, nascono i fiori carmini del papavero: la consolazione, la speranza , ma anche eros nell’insegnamento platonico: il più potente dei vincoli tra gli individui che si trasforma in legame culturale, in eros civile,in “speranza responsabile”e da lì in civilità.
E’ così che nasce e si costruisce questa architettura, “sostanza di cose sperate” e come prende forma il nome delle cosa: il metrocubo; un termine molto usato, una unità di misura ricorrente : mille metri cubi; 100mila metri cubi…………. ma 1 metro cubo si studia solo a scuola.
E allora eccolo il nome della cosa: finalmente , in tutta la sua prestanza ………… un Metro cubo. E che però è fatto di carne e di sangue e vive e viene collocato, per avventura qua.
Un luogo di trasformazione, di mutamento di senso appena avvenuto, di cicatrice fresca. E cerca il dialogo, cerca l’armonia, la sostenibilità dell’essere.
Ha scelto per il suo sforzo le parole sul tempo di Paul Valéry, da L’anima e la danza.
Affida a Valéry anche il significato delle lente progressioni, come lenta è la progressione che porta alla costruzione dell’opera; lunghe progressioni in circonvoluzioni avvolgenti, in avvicinamenti circospetti di artisti, rigorosi costruttori di improbabilità.
Ma anche costruttori del nesso, o di nessi plurimi possibili tra parola/oggetto e sensazioni tra l’idea e il suo trasformarsi in opera. “Socrate: certo l’oggetto unico e perpetuo dell’anima è appunto ciò che non esiste, ciò che fu e che non è più ciò che sarà e non è ancora ciò che è possibile – ciò che è impossibile, ecco ciò che interessa l’anima, ma mai mai ciò che è”.
Che l’opera abbia quindi solo la propria memoria fattuale in opposizione alla memoria storica. Perché il passato ha valore solo come elemento dell’avvenire, le reliquie della vita vissuta sono del tutto prive di interesse se non che per la capacità delle cose di “secernere il domani.”
venerdì 16 maggio 2008
ECOMETROCUBO r4
"Socrate: Certo, l'oggetto unico e perpetuo dell'anima è appunto ciò che non esiste: ciò che fu, e che non è più - ciò che sarà e non è ancora - ciò che è possibile, ciò che è impossibile - ecco ciò che interessa l'anima, ma mai, mai ciò che è!" (P. Valery, L'anima e la danza) sabato 17 maggio 2008, dalle ore 11.00 CITTÀ DELLA SCIENZA nell'ambito della mostra-laboratorio ECOMETROCUBO anima/azione di mina di nardo programma: ore 11.00 PRESENTAZIONE DELL'OPERA Intervento di Antonella Palmieri ADA - Associazione Donne Architetto, Napoli Spazio Einstein [sala interna] ore 11,15 PERFORMANCE DI MONTAGGIO DELL'OPERA INSIEME CON IL PUBBLICO Piazza della Scienza [piazzale ciminiera antistante il museo] ESPOSIZIONE DELL'OPERA L'opera resterà a Città della Scienza da sabato 17 maggio a sabato 31 maggio <<L'ecometrocubo è la metafora delle parole che Valery attribuisce a Socrate. Nella realtà esso esiste, ma la sua esistenza è in continuo conflitto con gli infiniti oggetti che lo compongono. E' un oggetto di oggetti, che cercano di ritrovare una loro forma, che un tempo avevano :" ciò che fu e che non è più". Un tempo, gli infiniti pezzi di legno, dalle forme più disparate, che conformano l'oggetto, erano oggetti unici con una loro forma ben definita : erano alberi. Ridotti in infiniti pezzi, questi cercano una forma, al limite la forma perduta. In Holzwege, l'ultimo scritto di Heidegger, si ritrova un qualcosa di simile. La parola tedesca è formata con due parole, che significano : albero e sentiero. Il sentiero, una volta, era alberi che, abbattuti, hanno permesso la nascita del sentiero. Ma questo, ad un certo punto, termina e si ritrovano gli alberi. Ma quelli abbattuti per costituire il sentiero, non ci sono più. Sono chissà dove, ridotti in pezzi, come le infinite parti dell'ecometrocubo. Queste non potranno mai più ridiventare alberi e perciò, si avvicinano, si accostano, si parlano, si compattano mettendo in forma un progetto di "possibile", non essendo loro più permesso l'"impossibile", essere quello che erano. Il progetto possibile, allora,è qualcosa che è, se si guardano i singoli pezzi; ma è anche qualcosa che ci ricorda ciò che i tanti pezzi non sono più : alberi. L'oggetto "è", ma non definitivamente, perché i pezzi si modificheranno da soli al sole; mostreranno alla luce la loro essenza interna, la loro resina ; si distorceranno ; si arcueranno; continueranno a vivere in forme che lentamente mutano, ma di nuovo "saranno". Saranno un qualcosa che "mai, mai,mai" sarà definitivamente, ma che muterà con continuità, come muta la natura, della quale un tempo erano parte chiara e definita. L'ecometrocubo sarà un nuovo elemento di natura, ancora mai visto, ma comunque Natura.>> Antonio Rossetti
4R / Per saperne di più
mercoledì 14 maggio 2008
Giro di Lune tra Terra e Mare
DOPO 10 ANNI LA PRIMA PROIEZIONE A POZZUOLI Il film di Gaudino fa vibrare tutte le tre corde che, per dirla con Ungaretti, un'opera d'arte dovrebbe toccare. La potenza evocativa di un passato "pesante" ma logoro, rantolante, disperso, quale quello dei Campi Flegrei e di Pozzuoli in particolare, viene resa con una cifra stilistica che rifugge da ogni tentazione didascalica o melanconica, archeologica o pseudo mitologica, anzi. La specificità del linguaggio filmico nella "forma" utilizzata dal regista realizza una riduzione della sequenza scenica a frammenti di fotogrammi che richiamano schizzi o cartoni preparatori per un grande affresco di una storia mai narrata. Si, perché mai narrata con tale incisività la vicenda dello sgombero del rione Terra che ha dato il colpo di grazia all'identità della comunità puteolana. Ma su questo tema torneremo in seguito. La pellicola emoziona e questo è il suo principale pregio. Ci riconosciamo nelle vicende della famiglia Gioia e condividiamo l'attaccamento alle radici, alla volontà di non strappare il cordone ombelicale con la terra, con quel genius loci che alimenta e permette la vita virtuosa e l'evoluzione legittima della comunità. La narrazione si muove in un continuum spazio temporale sorprendente, rendendo le figure storiche o mitologiche quasi parte della famiglia e inevitabilmente restie all'oblio, mai rassegnate a seguire un destino segnato da ordinanze e dazebau scritti in burocratese contemporaneo, lingua che, a dispetto di altre ben più ricche e poetiche, tarda a morire. E poi il film comunica. E dicono molto anche le vicende legate alla sua distribuzione. Solo adesso, dopo 10 anni dico 10 anni dalla presentazione a Venezia nel '97 e premi e consensi raccolti in tutto il mondo, Giuseppe Gaudino riesce a presentare il suo film nella sua città. Fatto assolutamente sconcertante ma che ricalca l'oblio indotto e il depauperamento culturale nel quale siamo ridotti a vivere. L'abbandono e la sistematica sperequazione del territorio ha prodotto i "carri armati", il "lotto delle mutande" un sistema abitativo e territoriale legato esclusivamente a scelte urbanistiche opportunistiche e funzionali ad un decisionismo politico scellerato che ha troncato la vita della comunità e drasticamente compromesso l'enorme patrimonio storico, culturale, ambientale dei Campi Flegrei. Che fine ha fatto la bellezza? Ma, attenzione, Gaudino con enorme sforzo creativo ricuce i pezzi di una memoria che affiora a tratti, che riesce a farsi sentire ancora e ci urla a bassa voce che è possibile, doveroso, evitare che la storia si ripeta. Abbiamo perso il rione Terra e i pescatori, ci hanno tolto le fabbriche e gli operai, per 3000 vani fatiscenti di via Napoli si è costruito un mega quartiere di 33000 vani a Monteruscello, via Napoli non si è messa in sicurezza ma si è triplicato il numeri dei vani occupati da nuovi immigrati che hanno speso 4000, 5000 euro al metro quadro per restare prigionieri di automobili e lamiere senza poter uscire o tornare a casa da maggio ad ottobre e tutti i weekend dell'anno. il mare poi… È in itinere il progetto curiosamente denominato "Compendio Rione Terra - Porto", redatto dalle S.p.A. Itainvest e Fimoper, che in un'accorata e lucida denuncia, Raffaele Giamminelli definisce "intervento nefasto per i Campi Flegrei, simile a quello tentato nel 1918 dal faccendiere Carlo Enrietti che, mediante una poco pulita convenzione con lo Stato, distruggeva tutto il golfo di Pozzuoli e la mitica costa con imponenti opere portuali. Per fortuna, grazie ad un gruppo di autorevoli "pozzolani", tra i quali lo storico Raimondo Annecchino e il senatore a vita Vincenzo Cosenza, la speculazione fu sventata." Difficile saperne di più, difficile anche sentirne parlare. Si sa poco anche della ventilata riconversione dei suoli rivieraschi della Sofer. È plausibile temere che quello che proporrà la Waterfront Flegreo S.p.A. diventi legge silenziosa e condivisa da lobby e politici di entrambi gli schieramenti, a discapito di quella democrazia partecipata a cui dovrebbero aspirare i nostri amministratori, memori distratti di un'antica rocca pre-romana denominata Dicearchia. Ricordiamoci che gli imprenditori di oggi non sanno manco chi fosse Adriano Olivetti e che intellettuali, studiosi e dirigenti pubblici poco fanno e niente incidono. Una speranza è stata accesa dalla direzione del Parco dei Campi Flegrei che si è decisamente schierata contro il tentativo di riaprire la ferita mai rimarginata dei Pisani. Cosa può dire il Parco sulle sorti del rione Terra, del molo Caligoliano, delle aree costiere ex industriali? Cosa può fare il Parco per riannodare l'identità di una comunità espropriata? Il film di Gaudino e di Isabella Sandri, produttrice e co-sceneggiatrice, dovrebbe essere proiettato 24 ore al giorno tutti i giorni in una sala pubblica puteolana. Le loro immagini devono ispirare a tutti noi figure di una giovinezza spirituale ritrovata, di speranza e scossa sismica che ci sbatta fuori dall'ignàvia. Non chiudiamo l'ultima finestra sulla Darsena. Luciano Marini
martedì 13 maggio 2008
Racconto di terra – di mare – di vulcani - violenza e bellezza
di Assunta Patrizia Esposito Questo è il mio paese, abitato da tredicimila anime. Una collina sul mare che non è più una collina, perché ormai coperta quasi del tutto, dal cemento delle case, dal bitume delle strade, e dal rumore assordante di auto che schizzano veloci, in una piazza che non è una piazza. Monte di Procida, ultimo lembo di terra ad ovest del Golfo di Napoli, la collina che chiude la 'caldera' dei Campi Flegrei, che quassù, da Bellavista si distende come una mappa dei sogni, tra cielo, isole, colline, laghi e mare, in uno scenario che dall'altro appare ancora fiabesco. Conosco molto bene l'odore del bitume, ho abitato per anni nella nebbiosa Milano, nella 'violenza' del cemento, e del rumore assordante delle auto o di tutto quello che si chiama 'civiltà' occidentale. La 'violenza' la senti sulla pelle, attraverso il pulviscolo che penetra i pori, poi nel naso e nella bocca con gli odori ed il sapore del bitume, dei gas di scarico delle auto, e dei materiali ferrosi; e la senti negli occhi con le strutture ortogonali di palazzi ad architettura cd. funzionale fino a che gli stessi occhi, colpiti continuamente dalle linee rigide di strade ed edifici si indolenziscono e non registrano più 'i particolari'. E così ti accorgi di essere diventato un automa, la tua mente ha smesso di 'apprendere' i particolari essenziali, 'viaggiando' per 'geometrie ortogonali' proprio come un diagramma cartesiano, pensando di 'essere' perché 'pensa' di essere, ma non lo è in realtà. Questo è il dramma di una città 'civile' come Milano o come New York. Ma qui… ad Ovest della 'Caldera' dei Campi Flegrei, qui… sulla 'Terrazza' di un 'mondo mitico', qui… dove ogni luogo evoca radici antiche, potrebbe essere diverso, e non lo è. Monte di Procida, originariamente Mons Cumanus, rigogliosa e selvaggia collina a ridosso della città di Cuma fu un villaggio (demo) della antica polis. Si dice che essa nacque nella notte dei tempi, millenni e millenni lontana, quando nel mare antistante la Costiera di Capri-Circeo, si scatenarono conflagrazioni subacquee e convulsioni telluriche, e si sollevarono gigantesche fontane d'acqua bollente, colonne immani di magma incandescente, e soffioni altissimi di vapori densi fuoriusciti con apocalittica violenza. Di quei tempi remoti, ripetutisi in episodi limitati, ci sono arrivati gli echi nel mito della lotta dei Titani contro Giove, nell'area cumana, di Tifeo imprigionato sotto il turbolento Epomeo e di Mimante, dormiente sotto l'isola di Procida. Ed è questo ciò che vedo affacciandomi da Bellavista, ecco lì Misenum, il compagno di Enea per alcuni autori, il compagno di Ulisse per altri, comunque, 'chiesto in sacrificio' da Poseidone per il 'percorso nell'Ade dell'eroe'. Da località 'Cercone' la spiaggia Romana e l'insediamento della città Cumana con in fondo verso Nord, ma proprio in fondo, le propaggini del Lago di Licola nella Piana della Campania; a Sud-ovest ecco qui il Grande Tifeo e, disteso ai suoi piedi Mimante. Tutto questo io, posso quasi toccarlo e con il cuore sentire di avere radici antiche; Monte di Procida! …'è una tronca piramide che splende ammantata di viti e di leggende'…(P.F.Scalise) … Le mie radici, tanto antiche che il dolore del presente è uno schianto, per come Monte di Procida è diventata adesso, oggi, nell'anno duemilauno. Le 'Caldere' si sa, sono il risultato di un fenomeno geo-fisico. Si formano per effetto di 'grandi esplosioni vulcaniche' determinate da terremoti di grande portata. Quasi sempre si formano in 'luoghi' che sono già vulcaniche, ed i Campi Flegrei non per altro sono un insieme di vulcani a cielo aperto. Poseidone, il dio del mare, riconosciuto già nelle culture antiche, l'artefice di fenomeni specificatamente plutoniani: è per Omero e per i Greci il Dio che scuote il suolo e fa tremare la terra. Nel XX canto dell'Iliade, quando gli dei si apprestano a prendere parte alla battaglia, Zeus fa sentire il suo tuono nell'alto del cielo: "Quanto a Poseidone, egli scuote la terra immensa e le alte vette delle montagne; e tremano le radici dell'Ida dalle numerose sorgenti, così come la città dei Troiani e le navi dei Greci". E' a Poseidone – dirà – Decharme – che i greci attribuivano i terremoti, credenza che si spiega in questo paese in cui tali fenomeni si verificano soprattutto nelle isole dell'arcipelago, accompagnati dall'eruzione di vulcani sottomarini. Questi flagelli terribili erano considerati come gli effetti della collera di Dio, che si cercava di placare con sacrifici e preghiere speciali. Le 'caldere' hanno questo nome, solo perché nell'esplosione una parte viene tirata giù nelle viscere del mare, e così il 'gigantesco vulcano' perde, una parte di sé, una 'metà', lasciando il posto ad insenature ed isole. Mi ricordano le onde 'Tsunami' e l'esplosione di Santorini nel lontanissimo 1500 a.c. e di recente l'esplosione del Krakatau (nell'oceano indiano) nel 1887. Fu così per le Cicladi e le Sporadi, per Caria e Cos, per Thera e per i Campi Flegrei che generò Scheria. Dall'alto di Miseno riesco a vederla a trecento sessanta gradi la 'caldera' dei Campi Flegrei, con i suoi due immensi seni (l'una che da punta Posillipo giunge a Pozzuoli, l'altra che si ferma a Punta Epitaffio, poi, Baja fino al Promontorio di Miseno guardando verso est, ed il lembo della spiaggia di Miliscola con il lago Maremorto, infine, il Monte di Procida, con il punto più alto a circa 140 m di quota in quel di Monte Grillo, guardando verso ovest. All'orizzonte, ad Est il Vesuvio e la penisola Sorrentina e con l'isola di Capri, scoglio che come una 'sfinge' sorride sorniona in lontananza; e ad ovest Ischia e Procida in tutta la loro antica selvaggia natura; seguo con lo sguardo il percorso ellittico del sole che all'alba sorge sul Vesuvio e al tramonto è verso ed oltre Ischia. Sole e lava un tempo, questa terra, con i 'centri magnetici' verso est e verso nord, dove vennero costruiti i templi di Venere e di Apollo dai Greci e dai Romani, tra Cuma e Baja, dove ancora puoi sentire se ascolti bene, 'la voce profetica' della Sibilla, e ammirare qualche 'darsena' degli antichi porti militari, tra l'Averno e tutto il promontorio di Miseno. Sullo sfondo è Cuma, l'ammiri ancora con stupore misto a un senso di venerazione, sapendo che lì in quella rocca si aprì il libro della storia dell'Italia. Cuma o Iperea come fu chiamata dai Feaci: 'l'alta', la terra dei Ciclopi, giganti 'dall'occhio rotondo'. Alcune fonti asseriscono che, Cuma fu fondata l'VII sec. A.c. da Calcidesi e Cumani, guidati dagli ecisti Ippocle di Cuma e Megastene di Calcide, l'uno diede il nome della sua città, l'altro le leggi; altre, che essa fu precedentemente abitata dai Feaci, l'anziano Nausitoo il primo re dei Feaci viene indicato nell'Odissea come colui che regnava su di essa in relazione con i Giganti, prima di lasciarla per Scheria, 'la nera' : Ischia. "I Feaci abitavano Cuma, all'inizio della vasta piana della Campania, a quattro leghe nell'ovest del luogo dove in seguito sorgerà Napoli. Là essi erano molto vicini ai campi Flegrei; e nelle regioni interne verso sud-est avevano come vicini gli Enotri padroni di tutta l'Italia meridionale" (Od., VII, 59). Cuma donò all'Italia e ai popoli d'Occidente il prodigio dell'alfabeto calcido-cumano (divenuto poi latino) ed infine un'organizzazione marittima che fu il nerbo della sua potenza. Secondo Dionigi di Alicarnasso, nel VI secolo a.C. , "Cuma era celebre in Italia per la ricchezza, per la forza e per ogni altro bene e disponeva dei porti più attrezzati intorno a Miseno". Certamente Acquamorta (loc marittima situata sulla costa ovest di Monte di Procida) costituiva uno di questi porti, da cui si mosse l'armata navale cumano-siracusana, agli ordini di Gerone II, per sbaragliare la poderosa flotta punico-etrusca nella famosa battaglia sul mare (474 a.c.), cantata da Pindaro. Nel 64 d.c. sulle spiagge del Monte, naufragò la flotta imperiale, fatta salpare da Formia, su suo ordine, nonostante la tempesta in corso. Scrisse Tacito: "…mentre tentarono di aggirare il promontorio di Miseno, i nocchieri furono respinti e sbattuti sulle spiagge cumane dalla violenza dello scirocco (africo) e perdettero la maggior parte delle tiremi e i navigli più piccoli si sparsero qua e là". Dalle indicazioni topografiche offerte da Tacito non è difficile localizzare la catastrofe tra le spiagge di Fumo, Acquamorta e Procida. Più tardi, il Monte fu compreso anche nella colonia di Miseno con l'imperatore Claudio, fu chiamato Mons Misenus mentre Capo Miseno Promontorium Miseni : …'mica sarebbe una scoperta, perché di esso forma il masso principale nel promontorio naturale, il quale abbraccia tutta la piccola penisola rinchiusa tra il seno bajano e la palude Acherusia (Fusaro) anche essa mare. Il promontorio di Miseno termina a tre punte: dei Penati (Pennata) a levante, di Fumo a ponente, e di Miseno proprio a austro. Siccome questa punta è la più inoltrata, ritiene più particolarmente il nome principale. E' perciò più che naturale che gli antichi abbiano compreso sotto il nome di promontorio di Miseno anche il Monte di Procida attuale, come sotto la denominazione di promontorio Gargano è sempre stato compreso tutto quel gruppo di monti, che si sporgono in Adriatico. Dai Romani il Monte fu destinato a sito di ville patrizie, rustiche e residenziali pei familiari dei militari della flotta misenese. (Abate Galanti). Soltanto centodieci anni fa scrive M. Parascandola che… "sulla piana della contrada Croce, a destra salendo dalla Chiesa e per l'estensione di un moggio, costeggiato dalle proprietà Schiano Lomoriello, Uccio, Fabrizio e Manzi, si vedono ruderi di grandi muri di fabbrica antica con forma bislunga di palmi 30 circa con intonaco antico, con un tratto di pavimento a mosaico e un condotto d'acqua e gl'indizi di un pozzo…" (da M. Parascandola Cenni storici…). I coloni assicuravano che trattavasi di grandi conserve d'acqua, le cisterne, poiché diverse bocche e spiragli esistevano. Le piscine sul Monte di Procida erano frequentissime, me le ricordo ancora tra i cellai di fine settecento e le case coloniche con i tetti a volta, a tutto sesto, solo trentatrè anni fa: avevo sei anni! Ogni casa colonica una piscina con il secchio e la carrucola, ogni cellaio una piscina con secchio e carrucola; e le vasche, grandi vasche per lavare il bucato o la canapa, il lino, e altre fibre che venivano poi filate dalle nostre nonne con uno strumento che si chiamava 'Fuso e Conocchia'. Ogni stradina all'incrocio aveva una fontanella in bronzo scuro, proprio come quelle di Roma, una piccola colonna di bronzo con capitello a forma di Leone che dalla bocca sgorgava acqua. Una Fontanella all'incrocio tra via Le Croci e via P. di Piemonte, una fontanella tra via Allegra e Corso Garibaldi, una fontanella in p.ta S. Antonio, una fontanella in piazza XVII gennaio. Alcune stradine: quelle laterali alle provinciali, erano tutte in basolato con pietre vulcaniche o sanpietrini, proprio come le antiche strade romane, poi i sentieri o le 'mulattiere?' consentivano di attraversare i vigneti rigogliosi, che a me bimba di sei anni sembravano boschi, per arrivare a casa della nonna, un complesso 'rustico' munito persino di 'parracine'. Non sempre si è riusciti a conoscere dimensioni ed epoca dei ruderi, cisterne e reperti segnalati durante il disboscamento, la colonizzazione del sei settecento e la costruzione dei fabbricati dell'otto-novecento. Non è solo la tradizione orale (il toponimo Case Vecchie si spiega con la preesistenza di ruderi romani), ma anche episodi rilevanti di ritrovamenti archeologici ci portano a concludere che il Monte è legittimo partecipe della storia antica dei Campi Flegrei. Persino di strutture sottomarine si è parlato intorno a San Martino e nei fondali della Baia dei Porci si narra siano stati 'pescati' reperti preziosi di bronzo, ceramica e marmo. Qualcuno più adulto di me per età, mi racconta perché la località Cercone si chiama cosi. La parola è un neologismo derivata dal 'vernacolo' che significa 'Grande quercia'. Sembra che proprio lì all'incrocio tra via Torregaveta, via P.di Piemonte e corso Garibaldi vivesse felicemente questa grande e immensa quercia, la quercia con il diametro più grande di tutte le altre querce esistenti nel Paese. "Nella cava e nella pozzolana a destra salendo dalla Marina a Torre Fumo o Vite e precisamente nel fondo di Michele e Crescenzo Coppola, alla profondità di metri 4 si sono trovati diversi sepolcri, due interi e due disfatti con scheletri ed ossa umane chiusi con grossi mattoni con l'incisione della fabbrica, con diverse ampolline di vetro in forma di astuccio, detti degli antichi lagrimatorii (da M. Parascandola Cenni storici…) Ma… proviamo a vedere cosa c'è nella loc. che viene definita la Vite, oggi… Mi sono ritrovata a percorrere le strade del paese e, cercare nei palazzi qualcosa che in un passato recente mi è appartenuto, un timpano neoclassico di un balcone, l'orecchio barocco' di un portone, un capitello corinzio all'ingresso di una casa, l'arco a tutto sesto di un portone ottocentesco, la soglia di basalto, la pietra dei casolari che ricordano il tufo cumano, le grotte di opossum laterizio che conducevano al mare dalla loc. stufe di Nerone, giù fino a punta Epitaffio, per finire a Torregaveta. Qualcosa sì, che mi è appartenuto, sin da che sono nata, nel recente novecento e forse, in altre vite , per altri mari ed altre caldere. Ma… la loc. stufe di Nerone non ha più le discese in laterizio romano alle spiaggette, sono chiuse, dichiarate 'pericolose' da tanto tempo. Sulla strada provinciale antistante la montagna di tufo e pozzolana, oggi è 'ponteggiata' già da un bel po' di anni, dopo che nel 1985 ci fu la famosa frana di Punta Epitaffio che isolò tutto e tutti. Ora il costone litoraneo che dalle stufe di Nerone giunge a Punta Epitaffio è un bellissimo muro: un muro di tufo cementificato, non so come, ma è un muro, nessuna pianta, nessun albero, nessuna macchia mediterranea! 'Non puoi pretendere di trovare le cose sempre al loro posto' – mi disse un giorno mio padre a una mia ennesima lamentela sulla 'cementificazione selvaggia' del territorio, ad un mio rientro da Milano. Mi era sembrato di capire da alcuni studi del Presidente dell'Osservatorio Vesuviano Michele Luongo e dell'Urbanista Pier Luigi Cevellati che non fosse la 'siringa di cemento' o 'l'impasto cementificato del tufo' il rimedio alle 'frane' sul territorio, ma… forse si sbagliavano?! Campi flegrei, detti ardenti, non hanno più niente di originariamente 'ardente', le sorgenti d'acqua calda sono ormai 'chiuse' tra mura privatizzate, per cui, l'originaria caratteristica del territorio dov'è? Tuttavia esso, per la sua natura geo-fisica è bradisismico, il che significa una 'soglia di rischio' da scegliere, per la popolazione, l'effetto del 'peso edilizio' eccessivo è anche 'crollo'. Ma… densità di popolazione alta? Oppure … tutti con 'grande senso della proprietà privata', così ancorati ad un originario individualismo borghese che farebbe inorridire lo stesso Macpherson. L'assenza di un piano regolatore generale e di piani di fabbricazione, producono ancora oggi, il proliferare di 'un'illegalità edilizia' diffusa, immemore tra l'altro degli stili architettonici mediterranei, quello rurale, e quello antropologico dei 'luoghi'. Qui, gli studi di Le Corbusieur su Modernismo e modernità non so se trovano un loro senso, oppure un effettivo 'non sense', perché dei legami antropologici tra Nord e Sud, tra il grande Shinkel e le cupole dolci delle 'chiese greche', i patii a volta, le linee armoniose dell'architettura procidana, le classiche geometrie dei colombari romani e… le case rurali che ci portavano a Cartagine, nulla più è rimasto. Per cui… gli stupendi lavori dell'arch. Benedetto Gravagnuolo (Università di Napoli) su 'Mediterraneo:abitare l'arcipelago', restano 'lavori di studio', bellissimi da guardare in presentazione ad Ischia, isola in parte 'salvata' da una 'edilizia selvaggia'. Monte di Procida costituisce l'emblema dell'esasperato individualismo borghese, proprietà private sempre più grandi in "stile" architettonico anni sessanta e settanta, sono state costruite distruggendo tutti e tutto, scatenando una lotta 'all'ultimo sangue' tra i cittadini, che dimenticando di essere fratelli, fratelli di sangue e di terra, 'coloni' che giunsero nel XVII sec. dall'isola di Procida, cui il territorio del Monte era stato aggregato dalla giurisdizione religiosa, vennero qui per 'lavorarvi la terra'. Così 'limiti alle vedute' violate impunemente, normative sui confini e le distanze tra le abitazioni disattese, muri divisori o comuni altissimi e, ciò che più deprime, muri… alti muri: tutti costruiti con cemento, strade sterrate trasformate in viottoli bituminati. Nessun muretto in pietra di tufo, nessuna fontanella di bronzo scuro con i leoncelli romani, nessuna grande quercia o albero secolare agli incroci e nelle piazze, la 'grande quercia' del Cercone è stata sostituita da un 'obelisco?' in 'materiale da me non meglio identificato' a metà tra l'acciaio e la plastica. Le stradine con i sanpietrini o il basolato con pietre vulcaniche, hanno lasciato il posto alle strade iper-bituminate, infinitamente rattoppate, le opere di sistemazione degli scoli delle acque sono inesistenti. Non esiste più uno spazio verde non recintato. Dove sono finiti i Pini marittimi che abitavano Pza XXVII Gennaio e le Palme? E il viale alberato di Corso Garibaldi e Corso Umberto I, come lo volle Mussolini?! La costa che congiunge loc. Acquamorta con Torregaveta, passando per la baia dei Porci, la Colombaia e Punta Papò sta crollando, ogni anno ne crolla un pezzetto. Quest'anno alla fine di ottobre è crollata la Colombaia! Il duemila si è chiuso con il crollo della costa situata in loc. Colombaia, creando disagio ad otto famiglie, che abitando sulla 'cima' della medesima Che hanno visto emanare un'ordinanza di inagibilità dal Sindaco uscente, perché gli edifici 'rischiavano' di precipitare nel mare. La Colombaia, situata tra loc. Torregaveta e l'Isolotto di S. Martino era nell'ottocento, l'antica 'polis' – del Monte. Sulla sua cima vi era il primo 'Paesello' dove i cittadini 'allevavano' per diletto e per amore i colombi che si andavano poi a posare lungo la costa, tra gli stupendi scogli, che il mare e il vento con la loro forza hanno trasformato in splendide 'architetture organiche'. Mi racconta Gioacchino, l'amico etico che mi accompagna via mare, che questo luogo in Febbraio porta le voci dolci e tremende del mare, proprio come il canto delle sirene per le orecchie di Odisseo, perché le innumerevoli grotticelle e anfratti in questo periodo dell'anno, consentono alla marea di poter lanciare il proprio 'sospiro' oltre le naturali mura della collina. Puoi sentirle dal mare a venti trenta metri di distanza, le voci, rilassandoti ed ascoltando il tuo respiro; le voci del mare, le conoscono bene i pescatori che all'alba ancora cercano di pescare al largo, con amo e lenza o reti e canaste. 'Pronto, sono Assunta, ascolta ho da dirti qualcosa di importante…' 'Assunta, ascolta, io non vengo stasera alla riunione, Assunta ascolta, c'è stata una frana … Assunta, mi ascolti…..? 'Si, ma devo parlarti seriamente, è necessario svolgere degli adempimenti…per… 'Assunta, mi ascolti, c'è stata una frana…… io non so se ci sarò stasera avverti gli altri! La realtà dei coloni fu in espansione tra il 1810 e 1820. Tra gli atti del periodo affiorano i nomi di queste località, che costituiranno poi l'innervatura urbanistica del Monte: Sopra la Chiesa, Torreone, Sopra le case, Pedecone, Sopra le case vecchie, San Martino, Sopra del Fumo Nuovo, Vicaria, Dietro al pozzo, Petrara, Pozzillo, Cercone, Alle Coste, Cappella, Acquamorta ossia Pietra della Marchesa, Cupillo, Sopra la Gaveta (o la Gaveda), Inferno, Montegrillo, Miliscola, Basso la vite, Corsara, Cavone della vita, Mercato di sabato, Falda del Monte, Zicardo, Marina, Curato. Monte di Procida nel 1892 "ha 25 strade, cioè due provinciali, 14 comunali e nove vicinali che formano una rete stradale dalla lunghezza di chilometri 13,785, di cui chilometro 1 e 538 m. è basolato con pietre vulcaniche. I suoi abitanti con l'ultimo censimento del 1881, compresa cappella, erano 3665. In tale epoca vi erano 172 case agglomerate ed abitate, vuote 28, sparse abitate 341, sparse vuote 107, totale abitate 513, vuote 135. Famiglie agglomerate in ciascuna frazione 318, sparse nella campagna 462, totale 780. Prima vi erano varie torri nei vari punti sporgenti sul mare, come quella che io ricordo fuori il Cimitero e distrutta appunto nella sua costruzione per servirsi di quei materiali ed ecco perché questo sito si dice Torrione, come pure quella di Torre Gaveta la quale, fu innalzata su antichi ruderi. La denominazione di Case Vecchie è derivata dal perché in quel sito vi erano ruderi ed avanzi di case antiche e di qualche Torre, ed i diversi smalti antichi che si sono trovati, lo dimostrano. Oggi però il numero delle case è cresciuto, giacchè di anno in anno sorgono nuovi fabbricati. Come pure la popolazione è in aumento. Varie sono le ragioni del rapido sviluppo che da pochi anni a questa parte ha ricevuto il Monte di Procida. Per me credo che sia dovuto primariamente all'opera delle bonifiche, per la quale le acque stagnanti che vi erano alle falde del monte dalla parte di Torre Gaveta sono state prosciugate e per le banchine fatte al Fusaro e Maremorto, giacchè tutto ciò ha scongiurato il pericolo che prima vi era di contrarre la febbre palustre. Inoltre la Crittogama alle viti, per la quale i terreni trovavasi fittati con estagli mitissimi, il prezzo favoloso dei suoi vini rinomati da per tutto, il taglio della pozzolana sceltissima per fabbricare e finalmente la via Provinciale che dalla Chiesa scende al piano, la ferrovia Cumana da Torregaveta a monte santo di Napoli, tutte queste cose e le altre che si faranno, cioè il nuovo tronco di via provinciale dalla Chiesa all'Acqua morta, la stazione a Miliscola della Ferrovia Economica (Cumana), come si dice, fanno presagire alla Borgata di Monte di Procida uno sviluppo maggiore ed un lieto avvenire ai suoi abitanti". (Michele Parascandolo Cenni storici intorno alla città ed isola di Procida, ed. tipografico Letterario). Assunta Patrizia Esposito (2001)
